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La forma dell’acqua

Il premio Oscar 2018 come migliore pellicola è meritatissimo, e se non fosse che l’interpretazione dell’eroina tragica di Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Frances Mc Dormand) era davvero straordinaria nella sua drammaticità, avrei attribuito a Sally Hawkins la statuetta come migliore attrice protagonista.

Il suo è infatti un ruolo difficilissimo da interpretare: è una giovane donna muta, la sua voce non si sente mai nel film, salvo una scena immaginifica dove il suo distacco dalla realtà (non bella) che la circonda comincia a farsi più evidente. Deve quindi “compensare” con l’espressività del viso e del corpo l’assenza di suono, e questo la rende una creatura diversa e dotata di una sensibilità superiore.

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The Post

Molti hanno scritto che l’ultimo film di Spielberg è ripetitivo, nulla di nuovo sotto il sole quindi, la cronaca di un pezzo di storia d’America, immediatamente precedente allo scandalo Watergate. Insomma, sempre a girare intorno al Vietnam ed al maledetto vizio dei segreti di Stato, del non detto per ragioni “superiori” che provoca la morte di migliaia di ragazzi ignari.

È vero che l’ultima scena vi porta dritti dritti a rivedere “Tutti gli uomini del Presidente” e che la verità su quegli anni tra i sessanta e i settanta la sappiamo bene anche dal vecchio continente, ma non è vero che questo film non era necessario. Ed in particolare penso lo sia per noi, qui in Italia. Dove, senza nemmeno accorgercene, sta drammaticamente venendo meno la consapevolezza dell’importanza della stampa e della libertà di stampa. Senza contare il disinteresse dilagante per uno strumento così prezioso di formazione delle opinioni (e crescita delle menti) oltre che di diffusione delle notizie (anche quelle che fanno male a chi detiene il “potere”) come la carta stampata (ormai poi si può leggere il giornale anche senza sporcarsi le mani di piombo e senza andare fino all’edicola!).

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Chiamami col tuo nome

Questo 2018 cari cinefili è cominciato davvero alla grande. E vedere l’ultimo film di Guadagnino è un’esperienza a cui non sottrarsi. Per una serie di ragioni estetiche e sostanziali, di pura bellezza filmica e di contenuti. Di immagini e di parole.

Non può esservi sfuggito che la sceneggiatura è di James Ivory: ed infatti, nonostante la storia sia ambientata “da qualche parte in Lombardia” nel 1983, ci sono diversi momenti in cui, non sapendolo, pensereste di “trovarvi” nella campagna inglese. O in una vecchia casa di signori britannici, tra libri, caminetti e oggetti antichi. Alla raffinatezza immediatamente percepibile agli occhi dell’autore d’oltre Manica si sposa alla perfezione la capacità introspettiva del regista che si focalizza sui personaggi con profondità, tanto da fare “sentire” in modo tattile allo spettatore ciò che provano i protagonisti del racconto.

Lo sconvolgimento dell’innamoramento e dell’irrefrenabile attrazione fisica, l’ansia nel contare le ore che separano il presente all’incontro della mezzanotte, il senso di vuoto del distacco, l’incertezza sull’essere se stessi. Insomma, forma e sostanza. La storia (tratta dal romanzo omonimo di Andrè Aciman) è quella dell’incontro tra Elio, un diciassettenne geniale, capace di suonare e comporre, colto ed appassionato, e Oliver, studente americano di ventiquattro anni, bello e disinvolto, ospite dei genitori del ragazzo nella villa di famiglia, vicino Crema.

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