Archivi tag: Milena Mancini

Bangla

Questo film, uscito nelle sale grazie alla sensibilità di Domenico Procacci, è veramente una rarità (ed una bella sorpresa) ed anche se faticherete a trovarlo, perché per ragioni ovvie ha una distribuzione limitata, vi consiglio di cercarlo o di segnarvelo in un taccuino ideale delle “cose da fare” per vederlo, prima o poi. Vi dico questo perché il regista e attore protagonista, Phaim Bhuiyan, è un vero fenomeno.

Un italiano di seconda generazione, originario del Bangladesh, figlio di una casalinga e di un venditore ambulante di biancheria intima, con il sogno (realizzato!) di fare il regista. Quando, incuriosita, ho letto la sua storia ho pensato, forse banalmente, che il talento è forte come l’acqua e trova sempre la strada per uscire. In questo caso non era facile, e per capirlo fino in fondo leggete questa intervista.

«Mi chiamo Phaim, ho 22 anni, anche se mi vedete un po’ negro in realtà sono italiano, tipo un po’ cappuccino. Sono 50% bangla, 50% italiano, 100% Torpigna». Inizia così, fulminante, il racconto della vita di Phaim. Torpigna, per chi non conosce il territorio, è un quartiere simbolo delle periferie romane, Torpignattara: negli ultimi anni destinatario di interventi di riqualificazione (la cosa più bella sono i murales sulle vecchie case scorticate, che danno vita e arte a visioni che prima erano solo squallide), nonché scelto come sfondo di romanzi e fiction.

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Ride

Prima regia di Valerio Mastandrea: immaginate che potessi perderlo? Anche soggetto e sceneggiatura sono suoi e la protagonista, Carolina, lo è anche nella sua vita reale (Chiara Martegiani). Mi sono stupita di quanto si assomiglino nella recitazione: frutto di una scelta precisa del regista, che ha trasfuso nell’attrice al centro della storia il suo modo di affrontare la vita e i suoi drammi? Oppure i due (Valerio e Chiara, fuori dalla finzione cinematografica) davvero si assomigliano così tanto come avviene alle anime gemelle?

Il racconto è ambientato a Nettuno, litorale romano. Non si vede il borgo dei pescatori, bello ed antico, ma i palazzoni della speculazione edilizia anni 60 e 70; una selva di antenne, solo sullo sfondo, il Tirreno. Tutto ruota intorno ad una fabbrica, che da generazioni dà e toglie: dà lavoro e toglie vita. Il tema è la morte, quella che chiamano bianca, ma che di bianco non ha proprio nulla: un incidente sul lavoro porta via Mauro, il marito, alla giovane Carolina, che si ritrova a fare i conti con un posto vuoto a tavola, con la difficoltà di spiegare una mancanza che non si colmerà più al figlio undicenne, con la sua inaspettata incapacità di piangere. Continua a leggere Ride

La terra dell’abbastanza

Questo film è un esordio incredibile, vi raccomando di non farvelo scappare a causa dell’estate (approfittate dei giorni festivi piovosi e dei mondiali senza azzurri). I gemelli D’Innocenzo sono i registi, al loro primo lungometraggio. Ma non erano famosi per niente, in precedenza. Nemmeno un corto. Mi sono documentata e ho letto che facevano i giardinieri, fotografi per passione, scrittori di sceneggiature, o rimaste nel cassetto o uscite senza che i loro nomi fossero noti al grande pubblico.

La terra dell’abbastanza è quindi la loro favola a lieto fine, anche se di cose fiabesche e di esiti fortunati qui non se ne vede l’ombra. La storia si pone nel filone neorealista che negli ultimi anni ha visto protagoniste le periferie degradate delle nostre metropoli. Soprattutto della capitale. Gli autori sono “seguaci” di Garrone, che li ricambia evidentemente di stima e considerazione, se è vero (come è vero) che li ha consultati per alcune scene di Dogman.

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