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La tenerezza

Ci sono diversi motivi per consigliarvi questo film, il primo però è certamente quello di leggere, se non lo avete già fatto, il romanzo da cui è liberamente tratto: La tentazione di essere felici, di Lorenzo Marone. Il protagonista, un avvocato napoletano ormai in pensione, non ha ceduto in realtà, quando ne ha avuto l’occasione, a quella (sacrosanta) tentazione.

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L’ha lasciata ai margini della sua esistenza, ha consumato un amore vero fino alla fine, come fosse un cerino, ben consapevole di continuare a portare avanti un’esistenza povera di sentimenti e soprattutto di verità. Trovo straordinaria l’interpretazione del protagonista da parte di Renato Carpentieri, nella parte di Lorenzo: la narrazione si incentra su di lui, come una lente di ingrandimento. Un avvocato “famigerato”, che ha superato i settant’anni e consuma la vecchiaia in solitudine, quasi allontanando ogni relazione con i due figli (lei, la primogenita, è una, finalmente ritrovata, Giovanna Mezzogiorno, sempre brava e naturale, come fosse nata per recitare, soprattutto lo stato di frustrazione e malinconia cronica di Elena).

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Napoli velata

Non è mai semplice scrivere di un film di Ozpetek perché, a rileggersi, la visione che si offre ai lettori risulta immancabilmente riduttiva, parziale, incapace di rendere fino in fondo la poeticità delle situazioni. Ci provo lo stesso, anche se di Napoli velata, uscito solo giovedì scorso, è già stato detto moltissimo, essendo circondato da una grande attesa e anticipato da un trailer molto accattivante.

Partiamo dal titolo e dunque dal luogo. La capitale campana non ha certo bisogno di presentazioni o di sviolinate: si può immaginare quanto possa essere adatta ad un racconto di mistero e passione come quello che vi ha voluto ambientale il regista turco. Vedrete però una città poco conosciuta nelle immagini del film; è tagliata fuori la sua solarità, ‘o cielo e ‘o mare banditi, piuttosto un luogo intestinale e magico, scuro, barocco, insidioso. Velato, a nascondere la verità, come il Cristo di Giuseppe Sanmartino: una delle splendide opere d’arte che a un certo punto vedrete, circondata da personaggi sofferenti al pari dell’opera scultorea, tutt’oggi conservata nella Cappella di Sansevero.

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L’innocenza perduta

Siamo a Napoli, quartiere periferico, realtà difficile. Molto difficile. Tra casermoni, spazzatura, degrado, un’oasi di umanità e attenzione: “la Masseria” è un centro di accoglienza per i bambini, quando escono da scuola sciamano lì, invece che per strada, ad imparare la violenza e la sopraffazione di una malavita pervasiva, intrisa tra l’asfalto e il cemento. 

La regina della Masseria è Maria che non ha paura di nulla, affronta da sola quel far west meridionale, essendo lei nordica e totalmente estranea, in tutto, all’ambiente. Forse è anche per questo che non ha paura; o forse perché ha preso come una missione, annullando il resto di se stessa (l’unico aspetto del racconto che non mi è piaciuto), per cercare di dare colore alla vita di quei ragazzi: insegna loro a giocare, ad accorgersi di essere creativi, a fare la pace dopo avere litigato, a lavorare insieme, senza distinzioni.

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