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Broadchurch

Cinefili: niente scandalo se da oggi inauguro, ogni tanto, una rubrica sulle serie televisive che mi sono piaciute. Sarebbe ormai fuori dal tempo ignorarle. Basti pensare, soltanto guardando ai nostri confini, che vi si ritrovano i migliori attori italiani. Inoltre, la distensione temporale, che va ben oltre le solite due ore di un film, consente approfondimenti e suspense non comuni; nonché la possibilità di affezionarsi in modo quasi maniacale alla storia raccontata (conosco persone che per arrivare alla fine rinunciano al sonno di una notte intera!). Quindi, mettete da parte gli snobbismi da puristi del grande schermo, e seguitemi, se possibile dicendo la vostra.

Voglio iniziare da Broadchurch, Made in UK. Una storia ambientata nell’Inghilterra meno conosciuta, quella lontanissima dalla capitale, che pochi hanno avuto la fortuna di vedere. Il titolo è il nome di un villaggio di pescatori del Devon. Scogliere, spiagge enormi, pescherecci, case colorate su una sola strada. Un emporio, un hotel, un alimentari, un’edicola.

Tutti si conoscono, le case sono come senza pareti, tra i pochi abitanti del paese. La vita scorre talmente tranquilla da suscitare invidia; ma per poco, perché quel luogo ameno e rasserenante si fa scenario di un fatto misterioso e terribile, che coinvolge un ragazzino. Una sparizione e un delitto che mettono in subbuglio l’intera comunità. Si tratta di un racconto corale: ricorda alcuni romanzi di Agatha Christie, anche per la costruzione lenta quasi a spirale, centrifuga verso il centro e il disvelamento della verità. Sono coinvolti, necessariamente, tutti gli abitanti: ciascuno di loro “rappresenta” qualcosa di simbolico.

Prestate attenzione a questo, che è la forza del film; ogni elemento ha un senso, un significato che serve a snodare il groviglio che si cela dietro quell’evento sconvolgente. Al centro del racconto ci sono i detective: in questo Broadchurch è un giallo classico (più che un poliziesco: dimenticate sparatorie o spargimenti di sangue; o atteggiamenti sbirreschi: qui è tutto molto inglese!). Alec (il capo) ed Ellie (il suo braccio destro) tengono le fila di un’indagine che scava ben al di là della ricerca del colpevole.

Ogni aspetto più intimo della vita di quella piccola cerchia di persone pacifiche viene scandagliato e portato alla luce, svelando, se ancora aveste bisogno di saperlo, che le apparenze ingannano. Che quelli che sembrano avere il carattere peggiore sono i più autentici ed affidabili. Che la fedeltà tra le persone è una chimera difficile da ritrovare nella vita reale. Rimarrete con il fiato sospeso episodio dopo episodio perché ogni nuovo elemento acquisito alla conoscenza dei detective non farà che darvi la sensazione di andare fuori strada. Insomma, quello che deve essere un buon giallo. Per questo ve lo raccomando (io l’ho visto su Netflix); ed anche per apprezzare la bravura di David Tennant e Olivia Colman, i due attori protagonisti.

Quest’ultima è stata la regina Anna Stuart ne La favorita ed è questa l’altra ragione che mi ha spinto a parlare di serie per la TV (rileggete la mia recensione qui). Bellissimo l’approfondimento del rapporto tra loro, tra amicizia, conflitto, complicità, sempre sul filo di qualcosa d’altro. Come spesso succede tra colleghi. Non è forse sul lavoro che scoppiano gli amori più travolgenti?

Sono tre stagioni (per ora): l’ultima racconta una storia diversa, ma i temi sono sempre importanti e ben analizzati.

5 ciak 🎬 🎬🎬🎬 🎬e speriamo in un seguito.

La favorita

Dal regista greco Yorgos Lanthimos non potete aspettarvi un film in costume consueto, nemmeno se sceglie, come in questo caso, un’ambientazione british dei primi del settecento. La sua cifra è infatti tagliente, incisiva, provocatoria, volutamente sconcertante per lo spettatore.

Ricordate Il sacrificio del cervo sacro, il suo ultimo film, e la potenza della tragedia arcaica singolarmente ambientata in Ohio? Qui potete rileggere la mia recensione.

La trama è ispirata a fatti storici, basta fare una rapida ricerca sul web per ritrovare nella realtà tutti i personaggi della finzione. Si tratta delle vicenda della prima regina della Gran Bretagna unita (Inghilterra, Scozia e Irlanda). L’inizio del diciottesimo secolo. Campagna britannica, castelli, faggete, brina. Il fulcro del racconto è Anna Stuart, una sovrana debole, nevrotica, malata. Interpretata (da Oscar, secondo me) da Olivia Colman: un’attrice inglese conosciuta ed amata da chi ha visto ed apprezzato la serie Broadchurch su Netflix (a breve ne leggerete una mia recensione). È una persona incapace di portare a termine ciò che, a quell’epoca, si pretendeva da una donna, specie se regina, con il dovere di assicurare una successione al trono: la gravidanza.

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Quasi amici

Oggi torniamo indietro di otto anni: credo che questo film lo meriti, me lo ero ingiustificatamente perso, quando è uscito al cinema. Sono riuscita in questi giorni a vederlo, certo senza la magia del grande schermo. Su Netflix; se anche voi ve lo eravate lasciati sfuggire, non esitate a seguire il mio esempio, saranno centododici minuti ben spesi. Che vi lasceranno addosso un senso affettuoso, di allegria e tenerezza, quello che sanno trasmetterti le persone semplici e di sostanza. Capaci di superare i limiti delle diversità e degli handicap che prima o poi nella vita di tutti ci annodano, rischiando di farci inciampare o, peggio, facendoci cadere rovinosamente.

La storia è ispirata ad una vicenda realmente accaduta, tanto che nei titoli di coda potrete vedere i veri protagonisti. Ciò rende il tutto ancora più apprezzabile: non so voi, ma l’idea che un racconto di umanità non sia frutto di fantasia ma abbia trovato riscontro reale nel rapporto tra due persone mi consola e mi rende ottimista bei confronti dei miei simili (ed anche di me stessa). In fondo non siamo (tutti) così cattivi…

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Inside man

In attesa di vedere qualche bel nuovo film al cinema e di sapere chi sarà premiato a Venezia 75, rivedo un capolavoro di Spike Lee. Di lui si è parlato in questi giorni, avete letto? Mi piace la sua mente aperta, originale, anticonformista, il suo essere un regista multiculturale.

I personaggi delle storie che racconta (energetici e forti) rispecchiano questa idea che è innanzitutto politica e che lui porta avanti in contesti anche storici diversi (pensate al coraggio di raccontare “Il miracolo di Sant’Anna”, nel 2008, il prezioso lungometraggio dedicato alla strage di Stazzema). Quest’anno vedremo “BlaKkKlansman”, nelle sale italiane dal 27 settembre, che racconta la storia del detective afroamericano Ron Stallworth di Colorado Spring, infiltrato nel Ku Klux Klan fino a diventarne il capo.

“Inside man” è di dodici anni fa ma è talmente attuale, nell’idea e nell’alta tensione, che ho pensato che certamente l’autore spagnolo della “Casa di carta” (la serie Netflix con milioni di seguaci nel mondo) vi si è ispirato (per dirla con un eufemismo, dato che alcuni spunti nelle modalità della rapina in banca, come quello di vestire gli ostaggi tutti uguali così da confonderli con i rapinatori, sono del tutto identici!).

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Rimetti a noi i nostri debiti

Il primo lungometraggio italiano di produzione Netflix è un film serio e nitidamente drammatico. Affronta un tema universale ma trascurato, si focalizza su ambienti e situazioni considerate di nicchia, non interessanti per la cinepresa, troppo squallide per costruirci sopra una storia.

Si tratta dei debiti, dell’assillo dei debiti, del mondo delle finanziarie, dei recuperatori di crediti inevasi. Cacciatori di denaro difficile, il fango dove le banche non vogliono mettere le mani. Il regista Morabito, che già, sempre con Santamaria protagonista, aveva raccontato il marcio delle società farmaceutiche ne Il venditore di medicine, del 2013, racconta di Franco (Giallini) e Guido (Santamaria), con lo sfondo di una Roma livida e senza pietà (il luogo più rassicurante è il cimitero del Verano, sui cui cipressi si affaccia l’appartamento di Guido e tra i cui vialetti deserti, incurante del contesto, lui fa jogging la mattina presto).

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