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Le invisibili

Nella Francia dei gilet gialli e nell’Italia che ha sconfitto la povertà, un film come questo è una vera lezione di realismo e, se si è capaci di vederlo, anche di idealismo. È tratto da un documentario realizzato cinque anni fa per France 5, “Femmes invisibile, sopravvivere sulla strada” e dal libro, di Claire Lajeunie, su cui si basa.

Oltralpe ha avuto un notevole successo di pubblico, superando il milione di biglietti staccati al botteghino. Da noi stenta a decollare, l’argomento fa storcere il naso ai troppi che ritengono il problema di cui tratta, con ironia e leggerezza, il regista Louis-Julien Petit (quello dell’emarginazione e della perdita di identità legate a condizioni economiche miserrime) o inesistente e gonfiato (i “poveri” sono tutti evasori) o risolvibile con uno schiocco di dita (basta una legge!) o semplicemente fastidioso (cambiare marciapiede se si incrocia un clochard).

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I villeggianti

Al contrario del solito, non ho le idee chiarissime dopo avere visto l’ultima creazione cinematografica di Valeria Bruni Tedeschi, dove c’è davvero molto di lei, come artista e come persona: ne è regista, cosceneggiatrice e attrice protagonista insieme ad un’altra brava Valeria, la Golino, che nel racconto interpreta sua sorella. Tanto che, uscita dalla sala, come sempre all’ultimo titolo di coda, ho “studiato” un po’, per capire la genesi del film, per scoprire se si trattasse di finzione o di realtà.

Ebbene, la risposta non è univoca: perché la storia è in gran parte ispirata a quella familiare della sua autrice, ma poi si libera in “aggiunte” fantasiose e divagazioni un po’ oniriche, che rendono il tutto non proprio semplice da codificare. Per questo credo sia utile leggere (prima o dopo, come ho fatto io) questa intervista alla regista, uscita sul Corriere, e particolarmente interessante per mettere insieme i pezzi di una narrazione a tratti non molto “comunicativa” con lo spettatore.

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