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5 è il numero perfetto

Ci sono diverse ragioni per non perdere questa chicca del cinema italiano (opera prima), appena presentata a Venezia 76 come evento speciale alle giornate degli autori. La prima è che è tratta da una graphic novel del bravo e originale fumettista, Igor Tuveri, classe 1958, in arte Igort, che ne è anche regista.

coverlg_homeQueste operazioni di “trasposizione” non sono semplici e costituiscono una sfida per chi disegna storie: il passaggio al grande schermo può avere effetti indesiderati, oppure animare con la magia degli effetti cinematografici i disegni ed i personaggi di carta (vi dico già che questo esperimento è riuscito almeno quanto quello di Zerocalcare, La profezia dell’armadillo).

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Broadchurch

Cinefili: niente scandalo se da oggi inauguro, ogni tanto, una rubrica sulle serie televisive che mi sono piaciute. Sarebbe ormai fuori dal tempo ignorarle. Basti pensare, soltanto guardando ai nostri confini, che vi si ritrovano i migliori attori italiani. Inoltre, la distensione temporale, che va ben oltre le solite due ore di un film, consente approfondimenti e suspense non comuni; nonché la possibilità di affezionarsi in modo quasi maniacale alla storia raccontata (conosco persone che per arrivare alla fine rinunciano al sonno di una notte intera!). Quindi, mettete da parte gli snobbismi da puristi del grande schermo, e seguitemi, se possibile dicendo la vostra.

Voglio iniziare da Broadchurch, Made in UK. Una storia ambientata nell’Inghilterra meno conosciuta, quella lontanissima dalla capitale, che pochi hanno avuto la fortuna di vedere. Il titolo è il nome di un villaggio di pescatori del Devon. Scogliere, spiagge enormi, pescherecci, case colorate su una sola strada. Un emporio, un hotel, un alimentari, un’edicola.

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Il testimone invisibile

Chi lo ha detto che i film thriller a tinte molto nere li sappiano fare solo gli americani? Ebbene, non è così, soprattutto se il regista è uno come Stefano Mordini, con alle spalle “precedenti” originali e complessi come Acciaio (tratto dal romanzo di Avallone) e Pericle il nero (sempre con Scamarcio protagonista: leggete qui la mia recensione). La preziosità del racconto è data dalla sua costruzione attenta, priva di sbavature.

A volte mi succede di entusiasmarmi al cinema per tre quarti del film e di rimanere delusa dall’epilogo: non è semplice mantenere alto il livello della tensione e del mistero in una storia gialla, non cadere in soluzioni banali o poco logiche. Al contrario, in Testimone invisibile, fino alla fine rimarrete nell’incertezza, su come siano andate le cose, su chi siano i buoni ed i cattivi, addirittura su chi siano gli stessi protagonisti. Nel senso che potrebbero celarsi dietro una maschera, impossibile da riconoscere anche ad un occhio molto attento. Insomma: cento minuti ben spesi per gli appassionati del genere, ma non solo. Dal momento che il racconto si allarga a temi più ampi: quello del tradimento, della sofferenza delle storie parallele, della forza che riesce a infondere la disperazione e la paura di vedere la propria fulgida esistenza sgretolarsi sulle bugie che fino a quel momento la puntellavano.

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Pericle il nero

Se non lo avete visto, recuperatelo. Il regista è Stefano Mordini, lo stesso de Il testimone invisibile, in questi giorni nelle sale. Pericle è Scamarcio, che già aveva dato prova di saper fare il “cattivo” in Romanzo criminale, di Michele Placido. Qui più che cattivo è nero, appunto. A partire dal suo passato: nemmeno un ricordo della sua infanzia a rendergli più lieve il presente. Solo una foto consumata della mamma morta, in circostanze che non conosce.

Nero il passato, nera la solitudine del presente. Nero il suo lavoro: “faccio il culo alla gente”, per conto di Luigino Pizza (cosiddetto per il “giro” di pizzerie che ha messo su in Belgio, emigrato da Napoli per ragioni solite di malavita). Nera la solitudine in cui è immerso, totale assenza di amore anche solo di affetto o di pietà. Nera la striscia sulla spina dorsale di Pericle, che vedete sulla locandina, forse per attrarre chi sceglie un film per l’avvenenza dell’attore (criterio legittimo, per carità).

Unico modo per sopravvivere è non pensare, bere la droga chimica da una bottiglia come fosse acqua, commettere atti osceni e brutti e brutali con l’indifferenza di uno con l’anima spenta. O meglio mai accesa. Un’anima nera, appunto senza luce, quello che serve per ottenere il nero. Eliminare ogni riflesso che consenta di vedere i colori. Ma come l’acqua, anche la luce è difficile da arginare. Qui, nella vita di Pericle, arriva con un gesto di gentilezza: quello di una fornaia di Calais, dove lui fugge per sottrarsi a una vendetta del suo nero mondo di sgherri. Continua a leggere Pericle il nero

Tutti lo sanno

Il regista Farhadi (quello de Il cliente e di Una separazione) narra una storia noir tra le – apparentemente – rassicuranti mura familiari di una splendida casa di campagna nella regione di Madrid. Dai titoli di coda ho appreso che si tratta di Torrelaguna, a pochi chilometri dalla capitale.

Campi e vigneti, un contesto antico e caldo, dove la protagonista, Laura (interpretata da Penelope Cruz) ritorna, con i due figli, per il matrimonio di una delle due sorelle rimaste in Spagna, nel paese di origine: vive con il marito a Buenos Aires e sembra avere fatto tanta strada, essere una donna realizzata e sicura. Lentamente, attraverso un racconto all’apparenza fatuo e basato su inezie, tutte finalizzate al festeggiamento, si comprendono i legami tra i personaggi della famiglia, le tensioni, le intolleranze tenute sopite. Continua a leggere Tutti lo sanno

Rimetti a noi i nostri debiti

Il primo lungometraggio italiano di produzione Netflix è un film serio e nitidamente drammatico. Affronta un tema universale ma trascurato, si focalizza su ambienti e situazioni considerate di nicchia, non interessanti per la cinepresa, troppo squallide per costruirci sopra una storia.

Si tratta dei debiti, dell’assillo dei debiti, del mondo delle finanziarie, dei recuperatori di crediti inevasi. Cacciatori di denaro difficile, il fango dove le banche non vogliono mettere le mani. Il regista Morabito, che già, sempre con Santamaria protagonista, aveva raccontato il marcio delle società farmaceutiche ne Il venditore di medicine, del 2013, racconta di Franco (Giallini) e Guido (Santamaria), con lo sfondo di una Roma livida e senza pietà (il luogo più rassicurante è il cimitero del Verano, sui cui cipressi si affaccia l’appartamento di Guido e tra i cui vialetti deserti, incurante del contesto, lui fa jogging la mattina presto).

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