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Fauda

In arabo Fauda significa caos. Già partendo da qui, comprenderete il clima di questa serie televisiva made in Israele, ambientata in Cisgiordania, giunta alla sua seconda stagione su Netflix (gli estimatori come sempre accade congetturano sull’uscita della terza, che pare già in lavorazione e probabilmente in Italia dal 2020).

A me ha conquistato, ma leggendo sul web mi sono resa conto di non essere molto originale: ha avuto un notevole successo, soprattutto in patria, ma anche all’estero, dove viene doppiata solo in parte. Un plusvalore, senza dubbio, per entrare nell’autenticità del clima e del contesto: i dialoghi in arabo sono in lingua originale e sottotitolati, mentre nella versione italiana quelli in lingua israeliana sono doppiati. L’argomento è il conflitto israelo-palestinese in quei territori, una guerra quotidiana che si combatte applicando da entrambe le parti il principio, più volte ripetuto come un mantra dai protagonisti, di “occhio per occhio, dente per dente”.

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Wajib Invito al matrimonio

Di questi tempi si tende a trattare problemi complessi a suon di battute e twittate. Con un post di dieci righe buttato lì senza pensarci quella manciata di secondi che può fare la differenza (tra una stupidaggine ed una frase meditata), si pensa di potere fornire ricette risolutive; anche a questioni internazionali, a conflitti culturali, a diversità di tradizioni e fedi religiose. Al contrario, la regista palestinese Anne-Marie Jacir (che ha vissuto per molto tempo all’estero ed oggi risiede ad Haifa, in Israele) ci fa vivere quasi cento minuti di riflessione ed analisi, attraverso i dialoghi e le espressioni dei protagonisti, sui temi della convivenza forzata di due popoli in atavica contrapposizione (gli israeliani e i palestinesi) e dello scontro generazionale tra chi è legato alla tradizione e chi, anche grazie ai viaggi ed al confronto con il mondo occidentale, si sente cosmopolita e libero da tutte quelle regole secolari, ormai percepite come insopportabili.

L’occasione del racconto, sempre ironico e brillante, è l’imminente matrimonio di Amal, la sorella di Shadi, tornato apposta da Roma in Cisgiordania per partecipare, insieme al padre, al rito della consegna casa per casa degli inviti alla festa (il rito chiamato appunto Wajib). Il film è tutto qui, puntato sul giovane architetto palestinese che vive e lavora in Europa ed il genitore, uno stimato ed amato professore di scuola, ligio ai dettami della sua cultura.

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L’insulto

Generalmente scelgo con attenzione i film da vedere ed è raro che deludano le mie aspettative (le stroncature sono la minima parte delle recensioni che scrivo: per fortuna, dà sempre fastidio sprecare denaro, anche i pochi euro del biglietto del cinema, su cose brutte!). Questo però ha superato ogni più roseo ottimismo.

È d’altronde giustificato dall’apprezzamento già ricevuto dal film a livello internazionale (coppa Volpi a Cannes al protagonista Adel Karam e candidatura come miglior film in lingua non inglese agli Oscar 2018, da parte del Libano). Il regista poi (lo sapevate?) subito dopo il riconoscimento a Cannes è stato arrestato nel suo paese e tenuto qualche giorno in “gattabuia”: forse ha pestato i piedi a qualcuno o semplicemente ha raccontato le cose come stanno.

Insomma, la storia è ambientata in una Beirut contemporanea che cerca di tornare alla normalità, una città uscita da anni di conflitti, da guerre civili, scontri violenti, di quelli che lasciano il segno come le ferite sulla pelle. Continua a leggere L’insulto