Archivi tag: Paolo Calabresi

La linea verticale

Nella settimana in cui Camilleri e De Crescenzo ci hanno lasciato al nostro destino, per fortuna – per chi vuole – con l’eredità delle loro parole e di filosofie di vita alternative all’odio, al livore e all’indifferenza, voglio dedicare qualche riga a Mattia Torre. Anche lui in questi giorni se n’è andato, un altro bravissimo autore, scrittore e sceneggiatore. Era nel pieno della sua vita e della sua attività creativa; non poteva, come Camilleri e De Crescenzo, annoverare tra i suoi ricordi due guerre mondiali, la liberazione, la prima costituzione repubblicana, quasi tutta la storia del 900, oltre a questo ventennio degli anni zero. Era del ‘72. Troppo giovane per morire.

Un peccato non potere più leggere, ascoltare e vedere le sue creazioni letterarie e cinematografiche, vere chicche di riflessione post moderna, occasioni imperdibili per scandagliare dentro noi stessi e il nostro tempo. Se non lo conoscete, per farvi un’idea, guardate questi cinque minuti de “I figli ti invecchiano”, un monologo di Valerio Mastandrea. Si tratta di un pezzo di una sua opera antologica, In mezzo al mare (Mondadori), che potete leggere ed anche ascoltare in uno splendido audiolibro, narrata da Valerio Aprea, Geppi Cucciari e sempre Valerio Mastandrea. Che è pure protagonista del film per la televisione, di cui vi parlo (evidentemente e drammaticamente autobiografico) che la Rai ha trasmesso in otto puntate lo scorso anno. Continua a leggere La linea verticale

Ricchi di fantasia

Dopo Il tuttofare (di Valerio Attanasio: se ve lo siete perso, recuperatelo assolutamente!) era chiaro che Sergio Castellitto avesse raggiunto una maturità di attore tale da essere di certo considerato uno dei nostri migliori, adatto a quei ruoli tipici e complessi (divertenti ed amari insieme) della buona commedia italiana.

Anche in questo caso dà ottima prova di sé, concentrando nel personaggio che interpreta (che si chiama proprio Sergio, e Sabrina quello della Ferilli: come se entrambi altri non facessero che se stessi) diversi eccessi umani, alti e bassi: un geometra “decaduto” a carpentiere per la cattiva sorte e la crisi, con una famiglia da mantenere, pesante ed esigente, una moglie perennemente nervosa e rivendicante (brava è credibile Paola Tiziana Cruciani), un amore clandestino (per Sabrina) consumato nel camioncino da lavoro, nella campagna romana con lo sfondo arcaico dell’acquedotto.

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Smetto quando voglio ad honorem

Questa è la terza ed ultima puntata di una saga cinematografica che vede come protagonisti una “banda” di geni che come spesso accade, anziché essere riconosciuti come tali ed acclamati dalla “società”, sono del tutto incompresi e di quella società vivono ai margini.

Il film può essere visto e la trama seguita facilmente anche senza avere alle spalle gli altri due; ma certo, se vi capita, completate la vostra conoscenza dell’opera di Sidney Sibilia con una retrospettiva (il secondo secondo me è il più divertente, ma la trilogia, nel suo complesso, ha davvero un senso profondo di critica al nostro sistema di istruzione superiore ed alle difficoltà che hanno quelli davvero bravi a trovare una collocazione degna del loro cervello).

L’originalità del regista è unica: affronta in modo del tutto inusuale per il nostro cinema temi trattati solitamente da pagine di approfondimento dei quotidiani, che preferiamo non affrontare perché sanciscono il fallimento di una generazione e di quelle precedenti (soprattutto: le vere responsabili). Questa volta i protagonisti (quarantenni talentuosi e scollati dalla realtà) partono svantaggiati, perché a causa del “tradimento” subito ad opera della Polizia di Stato con cui pensavano (illudendosi) di collaborate lealmente, nella precedente parte di storia, si trovano rinchiusi in carcere, per di più in luoghi diversi, senza possibilità di comunicare e quindi di riorganizzarsi o di darsi coraggio.

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Smetto quando voglio 2

Il film è stasera su Rai3, recuperatelo. Vi dico la verità: non ero particolarmente convinta di vederlo nelle sale, nonostante i notevoli risultati al botteghino ed il conclamato successo di pubblico di queste settimane. Primo perché è un sequel (la seconda parte di una trilogia già prevista) e non ho visto il primo; secondo perché non mi dava l’impressione di avere grande sostanza. Invece, superando queste perplessità, sono andata a vederlo e vi assicuro: è originale e ben girato, attori bravissimi.

Non sembra un film italiano, un po’ come Jeeg Robot. Anche per il ritmo, la fotografia e la colonna sonora, potente ed incalzante, veloce come i cervelli dei protagonisti. Loro sono dei ricercatori, dei giovani scienziati, dei geni disoccupati. Anziché essere in fuga all’estero, per sbarcare il lunario, mettono su una banda ma finiscono nelle grinfie della giustizia, chi in carcere chi ai servizi sociali. Ora però, in questa seconda fase della loro storia, possono riconquistare la libertà e la dignità collaborando con la polizia, alla ricerca dei produttori delle nuove droghe, quelle ancora lecite. Perché non conosciute. Dunque pericolosissime.

 

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