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Notti magiche

L’ultimo di Virzì (presentato il giorno della sua uscita dallo stesso autore al FLA di Pescara) non è un film semplice, vi avverto. Ed è adatto (solo) a chi del 1990 e dintorni abbia almeno un ricordo cosciente: la storia è infatti ambientata nell’estate dei mondiali di calcio italiani (Notti magiche è la canzone urlata dalla Nannini da tutte le TV dello stivale).

Ha dunque il limite di essere poco comprensibile per i millennials, generazioni successive, non ancora nati in quell’anno, o troppo piccoli per disperarsi quando Aldo Serena sbagliò il rigore contro l’Argentina di Maradona. O per ricordare con nostalgia la voce di Bruno Pizzul e la sua frase, divenuta tristemente famosa, “sono immagini che non avremmo mai voluto commentare”. Insomma, il regista livornese non si rivolge a tutti: ma solo a coloro che possano condividere con la propria personale memoria il tema centrale del film, che è quello del tempo e del ricordo e del passato che non torna (non saprei dire se per fortuna).

Questo racconto di un mondo ormai cancellato, di una Roma così passata da sembrare antica, gira intorno al cinema: il cinema che narra di sé, di ciò che era andando a ritroso di tre decenni. Di personaggi mitici, artisti eterni, luoghi di ritrovo, discussioni che appaiono sbiadite agli occhi di un contemporaneo privo delle password per decodificare certi messaggi che le immagini del film, di continuo, trasmettono. Insomma: Notti magiche necessita di avere “una certa” (come si dice) per essere veramente compreso: e secondo me non è (del tutto) un difetto, come molti critici hanno sostenuto.

Virzì ha solo inteso costruire una narrazione di esperienze personalmente vissute (il suo primo approccio con la Capitale, da aspirante cineasta, immigrato dal nord) attraverso una trama un po’ noir e un po’ grottesca, per fissare sulla pellicola gli ultimi scampoli del vecchio cinema italiano, della vecchia Roma, dei mostri sacri del secolo scorso che gli anni duemila hanno spazzato via.

C’è nostalgia ma non rimpianto; c’è la consapevolezza di una fase chiusa per sempre, ma non l’affermazione che quello fosse meglio del nostro presente. I protagonisti sono tre giovani artisti (un plauso meritano gli attori, un’ottima prova, in parti complesse ed inquiete) selezionati come finalisti del Premio Solinas (realmente esistente, tuttora: leggete qui https://www.premiosolinas.it/). Sono coinvolti nella misteriosa morte di un notissimo produttore cinematografico, che annega nel Tevere con la sua Jaguar lanciata da un ponte, proprio durante i drammatici momenti dei rigori della partita Italia-Argentina.

Tutti e tre trascinati in un contesto di artisti, attori, sceneggiatori, autori dominati da una frenesia da geni, spesso simile alla follia ed all’insensatezza. Un contesto sopra le righe, esagerato, un ambiente in cui guardarsi di continuo le spalle, una vera giungla, tra i vicoli di una Roma intestinale, male illuminata, lontanissima dall’immagine di una capitale europea.

E cosa ne sarà di quei ragazzi, alla ricerca di una loro collocazione nel favoloso mondo del cinema? Realizzeranno il loro sogno? E se non accadrà, sarà veramente una sconfitta? Domande da porsi mentre si vede il film e dopo i titoli di coda, ripensandoci. Insieme ad un dubbio su Roma, al centro della narrazione, come fosse una persona: quella Roma che ricorda Virzì è perduta, in piazza della Repubblica non ci sono più le prostituite, i muri delle case del centro storico non sono scrostati e vetusti come allora, la città ha perso quella dimensione scanzonata, erede diretta della dolce vita.

Era dunque meglio la Roma targata 1990? E nello stesso modo il regista porta a domandarsi se abbiamo ragioni per rimpiangere il vecchio cinema italiano, le star che non ci sono più, i Fellini e gli Antonioni.

Se volete la mia, non rimpiango nulla.

Credo invece che da quegli anni, narrati da Virzì, Roma sia cresciuta, sia cresciuto il nostro cinema, tutto si sia evoluto con il mondo che va velocissimo. Con qualche difetto, a volte di troppo, vero: ma non riesco a voltarmi indietro, agli anni novanta, nostalgicamente.

Meglio il presente; e bene che il cinema italiano, in questi ultimi tempi, stia avendo una rinascita, estetica e di contenuti.

4 ciak 🎬 🎬🎬🎬.

Bello ma non perfetto, soprattutto per l’esclusione dei millennials.

Ella & John

Il titolo originale (sottotitolo sulla locandina italiana) avrebbe comunicato molto meglio il significato del film: “the leisure seeker”, il cercatore di piacere. Il nome del camper che porta Ella e John lontani dalla loro casa e dai loro figli, diretti a sud, verso i luoghi di origine di lei. Partono dal Massachusetts, accompagnati dallo sguardo attento di Paolo Virzì, con l’intenzione di raggiungere la casa di Hemingway, a Key West, attraverso la Road 1.

Per capire di che si tratta servono però alcuni elementi: i due protagonisti sono già nonni, lei ha passato i settanta e lui gli ottanta. John è stato un illustre e brillante professore universitario di letteratura, appassionato di libri e di parole, in particolare quelle ispirate e poetiche dell’autore de Il vecchio e il mare. Il loro amore è nato a prima vista ed è evidente che la sua intensità non si è affievolita né con gli anni né con le malattie.

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La pazza gioia

Il tema della follia attrae gli artisti, la letteratura ed il cinema. La nostra mente è misteriosa, ancora più oscura quando (almeno agli occhi dei più) funziona ad intermittenza o smette di farlo. Vi ricordate Follia? Il bellissimo romanzo di Patrick McGrath? Ho pensato anche a questo vedendo il film di Virzí: dai titoli di coda vi rendete conto che nulla è improvvisato, il regista ha consultato psichiatri e psicologi, non ha descritto a caso.

Come in quel libro, dove la pazzia era dettagliata, scandagliata quasi da consentire di capirla. Poi ho pensato a Qualcuno volò sul nido del cuculo. Per le scene all’interno del manicomio. La coabitazione tra simili, ciascuno con la sua mente perduta, nel tentativo di ritrovarla. Oppure di nascondersi al mondo. Ma Villa Biondi non è un manicomio, non è un luogo di reclusione. Invece è un luogo di accoglienza, di cura. Non solo con le medicine, ma con la gentilezza (la stessa di cui vi ho parlato ieri, quella che salva Pericle il nero).

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