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Dheepan – Una nuova vita

Colpisce questa Palma d’oro 2015 (stesso regista del western “I fratelli Sisters” di cui vi parlerò prestissimo) per la lucida attualità del tema, trattato in modo intenso ed originale, mai didascalico e con un lieto fine che davvero stupisce (nel contesto di un dramma dove gli spiragli sono pochissimi). Il tema è quello dei milioni di fuggitivi, di profughi (non semplici migranti, come è stato giustamente sottolineato) che cercano una nuova vita lasciandosi alle spalle guerre brutali, persecuzioni, negazioni di elementari diritti, anche quello ad una vita minimamente dignitosa.

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Qui i tre protagonisti (che si fingono una famiglia per sfruttare passaporti di altri morti sul campo) abbandonano lo Sri Lanka dove ferve un conflitto interno sanguinario, per ritrovarsi “ultimi” di una periferia di “ultimi” della capitale francese, dove trovano però tutt’altro che pace.

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Quasi amici

Oggi torniamo indietro di otto anni: credo che questo film lo meriti, me lo ero ingiustificatamente perso, quando è uscito al cinema. Sono riuscita in questi giorni a vederlo, certo senza la magia del grande schermo. Su Netflix; se anche voi ve lo eravate lasciati sfuggire, non esitate a seguire il mio esempio, saranno centododici minuti ben spesi. Che vi lasceranno addosso un senso affettuoso, di allegria e tenerezza, quello che sanno trasmetterti le persone semplici e di sostanza. Capaci di superare i limiti delle diversità e degli handicap che prima o poi nella vita di tutti ci annodano, rischiando di farci inciampare o, peggio, facendoci cadere rovinosamente.

La storia è ispirata ad una vicenda realmente accaduta, tanto che nei titoli di coda potrete vedere i veri protagonisti. Ciò rende il tutto ancora più apprezzabile: non so voi, ma l’idea che un racconto di umanità non sia frutto di fantasia ma abbia trovato riscontro reale nel rapporto tra due persone mi consola e mi rende ottimista bei confronti dei miei simili (ed anche di me stessa). In fondo non siamo (tutti) così cattivi…

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C’est la vie

Prendila come viene, nel sottotitolo italiano del film: una raffinata ed ironica commedia francese che, parlando di wedding planner, matrimoni, inutili (e ridicoli) festeggiamenti, parla della vita. E di come vada presa la vita (senza troppe ansie) e di quanto a volte sia inaspettato il lieto fine ed inutile anche ogni più dettagliata pianificazione.

Il racconto ruota intorno al protagonista Max, magistralmente interpretato da Jean-Pierre Bacri: un imprenditore navigato, sentimentalmente incasinato, alle prese con l’organizzazione dell’evento (ormai) più effimero che c’è. Il matrimonio. Effimero ma nonostante questo quasi sempre (forse giustamente?…) oggetto di maniacale attenzione da parte degli sposi. Quel giorno deve ricordarsi, anche da vecchi, e purtroppo questo accade spesso! Ma non nel senso voluto al momento del grande passo.

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Due sotto il Burqa

Dopo il cinepanettone di ordinanza (ho scelto però il campione di incassi, il film di Brizzi, che addirittura ha superato Star Wars nel week end di Natale!) mi dedico (per contrasto ed antidoto) ad una raffinata produzione francese che vi raccomando di non perdere, se avete voglia di una riflessione intelligente ed ironica sul radicalismo religioso che purtroppo infesta la nostra attualità.

La regista è iraniana ma vive a Parigi sin da ragazzina: ne ha assorbito quindi un sano senso di laicità ed uno sguardo (rispettosamente) critico nei confronti di chi (molti, e appartenenti a diverse confessioni religiose) crede di disporre della verità assoluta e di potere di conseguenza disporre delle vite degli altri (soprattutto di quelle delle donne…tanto per cambiare). I protagonisti, una coppia di universitari innamorati, sono pure originari dell’antica Persia, e coltivano l’ambizione di andare oltreoceano, a New York, per una borsa di studi all’ONU.

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