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La Dea Fortuna

Scommetto che da qui in poi il tempio dedicato alla Dea Fortuna a Palestrina (pochi chilometri da Roma) troverà un rinascimento di visitatori e cinefili e uno spazio importante su Instagram, uscendo da un immeritato anonimato, cui sono destinate le bellezze artistiche che si trovano nei dintorni della Capitale (per un misterioso effetto centrifugo, che annulla ciò che sta al di fuori delle mura aureliane). Qui sono girate alcune scene dell’ultimo nato di Ozpetek, e sul tema della sorte (il significato latino di “fortuna”) è incentrato il film.

La mano casuale del fato che ci prende e ci lascia, e dipende molto da noi (e non solo da quella forza oscura) quello che poi faremo della nostra vita. Una storia corale, come nella prima tradizione del regista: molti hanno sottolineato il ritorno alle origini dopo Rosso Istanbul e Napoli velata).

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I migliori anni della nostra vita

È un’idea artistica, romantica (all’inverosimile) e indubbiamente malinconica quella di Lelouch: riportare dietro la macchina da presa gli stessi protagonisti de Un uomo e una donna (anno 1966), più di cinquant’anni dopo. E quando dico gli stessi, lo faccio in senso letterale.

Si tratta dei medesimi (ancora capaci di bellezza e fascino) Jean Louis Tritingnant e Anouk Aimée, che si rincontrano dopo avere trascorso una vita intera separati. Reduci dall’amore travolgente narrato dal regista a metà degli anni sessanta; incapaci, nonostante matrimoni, figli, successi, malattie e fallimenti (vissuti distanti, dopo la traumatica separazione di allora), di dimenticare quegli anni. I più belli, rimasti insuperati. Continua a leggere I migliori anni della nostra vita

La conseguenza

Durante l’estate, al cinema, a causa della penuria di nuove e buone uscite, si possono “recuperare” i film persi nei mesi precedenti, per fortuna.

Così è stato per me con La conseguenza: la storia è ambientata in una Germania (la città è Amburgo) devastata e umiliata dalla sconfitta bellica, tra il 1945 e il 1946. I militari alleati la occupano e sono incaricati di ricostruire ordine e (almeno una apparente) normalità.

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Cold war

Il film di Pawel Pawlikoski (regista di Ida, Oscar 2015 come miglior film straniero) è un vero gioiello sia estetico che di contenuti. Anche questa volta la scelta è per il bianco e nero, accresciuto dal formato 4:3 quasi quadrato che concentra lo sguardo dello spettatore, come se fossero una serie di quadri d’autore quelli che scorrono davanti e non i fotogrammi di un lungometraggio.

Il filo conduttore è sempre estremamente malinconico, fa pensare alle note di Chopin: profondamente polacco, sarebbe facile dire. E non si sbaglierebbe, nonostante la banalità dell’affermazione. Questa infatti non è soltanto una storia d’amore tra due persone, non è solo un racconto di passione disperata, dove il lieto fine non farebbe che rovinare la poeticità delle situazioni; è anche una narrazione del profondo senso di attaccamento alla propria patria dei polacchi, così intensa da coinvolgere anche chi è nato a latitudini lontanissime. Come tutte le vere opere d’arte, nonostante la complessità e la particolarità dei temi, il loro stretto legale con il luogo e la storia della Polonia, questo film è capace di essere universale.

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