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Cetto c’è senzadubbiamente

Se qualcuno avesse ancora bisogno (coi tempi che corrono) di avere una rappresentazione iconografica del politico populista, vada al cinema a vedere che fine ha fatto Cetto, dopo essere emigrato in Germania ad esportare le sue “idee” e il suo stile di vita. Questo film è il terzo di una trilogia sul geniale personaggio creato da Antonio Albanese, dopo Qualunquemente, del 2011, e Tutto tutto, niente niente, del 2012. Vi avverto: il primo è il vero capolavoro comico; il secondo, come ricorderete, non ha avuto lo stesso successo. Cetto c’è è consigliato (solo) ai super appassionati, perché non aggiunge molto a quanto avrete già apprezzato di lui.

cetto-ce-senzadubbiamenteSemplicemente continua sulla scia degli avverbi spericolati e approfondisce con ulteriori amenità una figura che ormai è (purtroppo) entrata nel nostro DNA di cittadini elettori: quella del politico che fa delle promesse (non mantenute) il suo strumento di caccia, che scientemente prende in giro, e con un certo gusto, chi ha l’ingenuità o forse la stupidità di ascoltarlo. La cosa migliore del film è in alcune “tirate” di Cetto su come prendersi gioco del popolo, dandogli a bere di quanto sia necessario tornare alla monarchia e abbandonare l’ormai vetusta, abusata ed inutile democrazia.

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Marseille

La prima serie televisiva Made in France su Netflix (uscita 3 anni fa, per ora alla stagione numero 2) è tutta dedicata alla seconda capitale Francese, la città provenzale che per molte ragioni è una vera anti-Parigi. Ho deciso di vederla fondamentalmente per questa ragione: amo Marsiglia, ne sono stata sorpresa ed incantata, me ne è rimasto un ricordo colorato di blu e intriso di odore di salsedine; ho desiderio di tornarci, ci sono stata troppo poco.

Gli episodi di questo film a puntate non hanno fatto che aumentare la saudade per quei luoghi, sebbene più volte la sceneggiatura sia leggera come la brezza marina de La Corniche (la strada che costeggia per chilometri il Mediterraneo, orgoglio dei marsigliesi, insieme al loro stadio e alla grande cattedrale, La Major, in cima alla collina, che si vede da ogni parte della città).

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Vice

Dobbiamo ammettere che è pura chimera, oggi, pensare ad un politico che fa della strategia coltivata nella assoluta riservatezza la sua cifra stilistica. Siamo circondati da schiamazzi: arriva prima l’annuncio, poi la polemica, poi l’insulto. Poi, forse, qualcuno comincia a chiedersi “di cosa stiamo parlando?”.

Anche per questa ragione Vice mi è parso un film necessario da vedere, oltre che per conoscere un personaggio della nostra storia contemporanea tanto importante quanto ignorato dai più (me compresa): ma per una sua scelta precisa, evidentemente, di coltivare ed esercitare il potere a fari spenti. Vi dirò: la considero una ragione sufficiente per nutrire una simpatia pregiudiziale nei confronti del protagonista, Dick Cheney. Per molti versi ingiustificata, lo ammetto, perché l’uomo è pieno di chiaroscuri, con una prevalenza degli scuri: ma, dopo le oltre due ore di racconto di mezzo secolo di storia americana, vista dai corridoi del Congresso e dalle anticamere della Casa Bianca, rimarrà sospeso il vostro giudizio sul vice presidente di George W. Bush. Il regista si muove tra gli eventi storici e la vita privata di Cheney in modo del tutto originale e spesso spiazzante.

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Loro 2

Se la prima parte di quest’opera non mi aveva convinto completamente (mi ero però lasciata la riserva di giudicare il film completo), dopo aver visto Loro 2 non posso che consigliarvi di non perdere assolutamente entrambi. Anzi, secondo me, sarebbero da vedere uno dopo l’altro, perché se ne comprende meglio il significato complessivo, si capisce bene quale sia lo scopo ultimo di Sorrentino, che non a caso ha intitolato il lungometraggio “loro” e non “lui” (ricordate: il nome con cui Berlusconi era rubricato sul cellulare del personaggio interpretato dalla Smutniak).

L’occhio, spesso impietoso, sardonico, canzonatorio, del regista è puntato, più che sul personaggio di Silvio, sul circo che gli ruota intorno. Su “loro”, appunto. Tutta una fauna sgambettante e poco vestita di ragazze disposte a tutto per riuscire ad entrare in contatto (anche ravvicinato) con l’uomo più ricco e potente d’Italia. Mezze figure di uomini, politici, faccendieri, finti amici, che lo osannano e gli manifestano affetto attendendosi in cambio una ricompensa: sotto forma di incarichi, denaro, favori, occasioni per “svoltare” da esistenze mediocri.

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Loro 1

Ero indecisa se scrivere di Loro dopo averli visti entrambi oppure seguire l’andamento a “puntate” scelto dal regista e dire la mia dopo i primi cento minuti, senza sapere quali esiti finali avrà il biopic d’autore che tutti attendevano (con curiosità, ansia e forse anche preoccupazione), in testa il protagonista, l’immortale B., “Lui”, come è rubricato sulle agende telefoniche dei più fedeli. Poi ho scelto di scrivere subito, perché già quello che ho visto merita un commento e non si può attendere fino a metà maggio, sennò i pensieri scappano via.

Appena uscita dal cinema ho riflettuto su questo: il tanto temuto attacco alla persona che ha condizionato (e condiziona) da decenni le televisioni, il costume e la vita politica del Bel Paese proprio non c’è stato. Almeno finora.

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The Post

Molti hanno scritto che l’ultimo film di Spielberg è ripetitivo, nulla di nuovo sotto il sole quindi, la cronaca di un pezzo di storia d’America, immediatamente precedente allo scandalo Watergate. Insomma, sempre a girare intorno al Vietnam ed al maledetto vizio dei segreti di Stato, del non detto per ragioni “superiori” che provoca la morte di migliaia di ragazzi ignari.

È vero che l’ultima scena vi porta dritti dritti a rivedere “Tutti gli uomini del Presidente” e che la verità su quegli anni tra i sessanta e i settanta la sappiamo bene anche dal vecchio continente, ma non è vero che questo film non era necessario. Ed in particolare penso lo sia per noi, qui in Italia. Dove, senza nemmeno accorgercene, sta drammaticamente venendo meno la consapevolezza dell’importanza della stampa e della libertà di stampa. Senza contare il disinteresse dilagante per uno strumento così prezioso di formazione delle opinioni (e crescita delle menti) oltre che di diffusione delle notizie (anche quelle che fanno male a chi detiene il “potere”) come la carta stampata (ormai poi si può leggere il giornale anche senza sporcarsi le mani di piombo e senza andare fino all’edicola!).

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Il Cinema è politica

#cinestampa su Il Messaggero di oggi una bella intervista a Isabelle Huppert, protagonista di Happy End, film francese in uscita il 30 novembre. “Una storia fosca, durissima, con momenti di umorismo corrosivo”. In un certo senso un film politico anche se “tutti i film lo sono, il cinema non ha perso il potere di riflettere la società, magari non trova tutte le risposte, ma ha ancora voglia di porre tutte le domande”.