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Bangla

Questo film, uscito nelle sale grazie alla sensibilità di Domenico Procacci, è veramente una rarità (ed una bella sorpresa) ed anche se faticherete a trovarlo, perché per ragioni ovvie ha una distribuzione limitata, vi consiglio di cercarlo o di segnarvelo in un taccuino ideale delle “cose da fare” per vederlo, prima o poi. Vi dico questo perché il regista e attore protagonista, Phaim Bhuiyan, è un vero fenomeno.

Un italiano di seconda generazione, originario del Bangladesh, figlio di una casalinga e di un venditore ambulante di biancheria intima, con il sogno (realizzato!) di fare il regista. Quando, incuriosita, ho letto la sua storia ho pensato, forse banalmente, che il talento è forte come l’acqua e trova sempre la strada per uscire. In questo caso non era facile, e per capirlo fino in fondo leggete questa intervista.

«Mi chiamo Phaim, ho 22 anni, anche se mi vedete un po’ negro in realtà sono italiano, tipo un po’ cappuccino. Sono 50% bangla, 50% italiano, 100% Torpigna». Inizia così, fulminante, il racconto della vita di Phaim. Torpigna, per chi non conosce il territorio, è un quartiere simbolo delle periferie romane, Torpignattara: negli ultimi anni destinatario di interventi di riqualificazione (la cosa più bella sono i murales sulle vecchie case scorticate, che danno vita e arte a visioni che prima erano solo squallide), nonché scelto come sfondo di romanzi e fiction.

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La prima pietra

Questo film è una chicca, l’ho visto purtroppo in una splendida sala cinematografica semivuota, con soli altri tre spettatori. Se però appartenente a quel meraviglioso cenacolo di persone mentalmente aperte, cui interessa approfondire con ironia il tema così attuale, discusso, bistrattato e demonizzato dell’integrazione tra persone di cultura, tradizione, religione, colore diversi, rimpolpate (vi prego!) i numeri del botteghino e non credo ve ne pentirete.

Il regista si ispira ad una piece teatrale di Stefano Massini, ed è evidente, perché il racconto si svolge entro confini spaziali molto limitati: il palcoscenico delle riprese è una scuola elementare, in particolare la stanza del preside, interpretato in modo incisivo e convincente da Corrado Guzzanti. Si snoda nelle poche ore di un 23 dicembre pre-natalizio, che precedono le vacanze ma soprattutto la recita, con canti e rappresentazione ecumenica della natalità.

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Io c’è

Il film ha un tema, quello della religione, o meglio delle religioni, che di rado (o forse mai) è affrontato dal cinema, se non per raccontare di personaggi appartenenti all’una o all’altra confessione, magari in modo eroico o come ricostruzione storica. Ci vuole coraggio per fare dell’argomento “fede” l’oggetto di un racconto tra il dissacrante e l’ironico, una riflessione senza veli sulle impalcature costruite dall’uomo intorno al concetto del divino, all’idea di Dio da distribuire sulla terra ai credenti, per renderli prima di tutto dipendenti, in cambio alleviando le loro solitudini o sofferenze personali con la speranza di un al di là migliore di qui.

Il regista, non nuovo in realtà ad un approfondimento del genere (si pensi a Orecchie sul quale vi invito a vedere questo link), questo coraggio, almeno nelle intenzioni e nell’idea di base, lo ha avuto. Anche scegliendo attori capaci di interpretare a dovere lo sguardo disincantato dell’autore del soggetto: Edoardo Leo, Margherita Buy e Giuseppe Battiston. Sono bravi, fanno anche molto ridere, soprattutto all’inizio. Nelle scene in cui si decide, per bassissime ragioni “fiscali”, di lanciare la sfida alla casa di accoglienza per “turisti” gestita dalle suore, dirimpettaie del pretenzioso quanto male in arnese B&B “Miracolo italiano”, gestito, in perdita, da Massimo.

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Due sotto il Burqa

Dopo il cinepanettone di ordinanza (ho scelto però il campione di incassi, il film di Brizzi, che addirittura ha superato Star Wars nel week end di Natale!) mi dedico (per contrasto ed antidoto) ad una raffinata produzione francese che vi raccomando di non perdere, se avete voglia di una riflessione intelligente ed ironica sul radicalismo religioso che purtroppo infesta la nostra attualità.

La regista è iraniana ma vive a Parigi sin da ragazzina: ne ha assorbito quindi un sano senso di laicità ed uno sguardo (rispettosamente) critico nei confronti di chi (molti, e appartenenti a diverse confessioni religiose) crede di disporre della verità assoluta e di potere di conseguenza disporre delle vite degli altri (soprattutto di quelle delle donne…tanto per cambiare). I protagonisti, una coppia di universitari innamorati, sono pure originari dell’antica Persia, e coltivano l’ambizione di andare oltreoceano, a New York, per una borsa di studi all’ONU.

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