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Hammamet

A me piace Gianni Amelio: vi avevo parlato del suo ultimo film La tenerezza, del 2017. Il regista, autore e sceneggiatore calabrese fa scelte di nicchia, originali, impegnative; affronta temi delicati con mano ferma e occhio introspettivo.

Questa volta però credo che, quanto a raccogliere la sfida di una scelta che potrebbe essere impopolare, abbia superato se stesso. Proprio in occasione del ventennale della morte di Bettino Craxi, è nei cinema questo film sui suoi ultimi mesi di vita, girato realmente nella casa tuttora di proprietà della famiglia (ci abita la moglie, che non ha mai voluto tornare in Italia).

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Momenti di trascurabile felicità

Nella mai sopita diatriba “è più bello il libro o il film” che si accende ogni qual volta al cinema si dà vita a un’opera letteraria, in questo caso (ma non è quasi sempre così?) per me (stra)vince il libro. Anzi i libri: perché il racconto cinematografico è liberamente tratto sia dall’’opera che dà il titolo che dalla sua “antitesi”, dedicata all’infelicità.

A dirla tutta però, stavolta era ancora più prevedibile che l’esito della fatidica domanda fosse a favore della carta: l’idea di Daniele Luchetti (un regista che amo molto, sempre originale e profondo: da ultimo, ricordate Io sono tempesta? Da rileggere qui) era certamente ardita e di partenza tutta in salita. Sebbene la scelta dell’attore protagonista, lo strambo, onirico, affabulatore Pif non poteva essere più azzeccata.

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Ride

Prima regia di Valerio Mastandrea: immaginate che potessi perderlo? Anche soggetto e sceneggiatura sono suoi e la protagonista, Carolina, lo è anche nella sua vita reale (Chiara Martegiani). Mi sono stupita di quanto si assomiglino nella recitazione: frutto di una scelta precisa del regista, che ha trasfuso nell’attrice al centro della storia il suo modo di affrontare la vita e i suoi drammi? Oppure i due (Valerio e Chiara, fuori dalla finzione cinematografica) davvero si assomigliano così tanto come avviene alle anime gemelle?

Il racconto è ambientato a Nettuno, litorale romano. Non si vede il borgo dei pescatori, bello ed antico, ma i palazzoni della speculazione edilizia anni 60 e 70; una selva di antenne, solo sullo sfondo, il Tirreno. Tutto ruota intorno ad una fabbrica, che da generazioni dà e toglie: dà lavoro e toglie vita. Il tema è la morte, quella che chiamano bianca, ma che di bianco non ha proprio nulla: un incidente sul lavoro porta via Mauro, il marito, alla giovane Carolina, che si ritrova a fare i conti con un posto vuoto a tavola, con la difficoltà di spiegare una mancanza che non si colmerà più al figlio undicenne, con la sua inaspettata incapacità di piangere. Continua a leggere Ride

La tenerezza

Ci sono diversi motivi per consigliarvi questo film da 4 ciak, il primo però è certamente quello di leggere, se non lo avete già fatto, il romanzo da cui è liberamente tratto: La tentazione di essere felici, di Lorenzo Marone. Il protagonista, un avvocato napoletano ormai in pensione, non ha ceduto in realtà, quando ne ha avuto l’occasione, a quella (sacrosanta) tentazione.

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L’ha lasciata ai margini della sua esistenza, ha consumato un amore vero fino alla fine, come fosse un cerino, ben consapevole di continuare a portare avanti un’esistenza povera di sentimenti e soprattutto di verità. Trovo straordinaria l’interpretazione del protagonista da parte di Renato Carpentieri, nella parte di Lorenzo: la narrazione si incentra su di lui, come una lente di ingrandimento. Un avvocato “famigerato”, che ha superato i settant’anni e consuma la vecchiaia in solitudine, quasi allontanando ogni relazione con i due figli (lei, la primogenita, è una, finalmente ritrovata, Giovanna Mezzogiorno, sempre brava e naturale, come fosse nata per recitare, soprattutto lo stato di frustrazione e malinconia cronica di Elena).

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