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La profezia dell’armadillo

Zero e Secco, interpretati da Simone Liberati e Pietro Castellitto, sono i due millennials, generazione under 30, protagonisti di questa (secondo me riuscita) trasposizione dell’omonima storia a fumetti di Zerocalcare. Vi consiglio di immergervi per i cento minuti del film nel mondo di Rebibbia (il quartiere, non il carcere), ben disegnato e descritto dall’autore del racconto, e reso vivido sul grande schermo anche dall’apporto di Valerio Mastandrea, che ha partecipato alla stesura della sceneggiatura.

Ragionate con la loro testa, non perdete tempo nella ricerca di una trama, ascoltate con attenzione le parole, gli insegnamenti, i motti quotidiani dell’armadillo, fulcro della narrazione e vera anima dell’opera. Il grosso e goffo animale è reso in modo artigianale, quasi fosse un costume di carnevale cucito ed incollato dalla mamma, come accadeva negli anni 70. La sua voce, un fuori campo costante nell’appartamento di Zero, con la

pedanteria di un grillo parlante, è quella del bravissimo Valerio Aprea (lo ricordate nella saga di Sidney Sibilia, Smetto quando voglio?).

Durante le riprese del film l’attore ha davvero dato vita a quel grosso mammifero, tanto da raccontare la fatica ed il sudore di questa originale interpretazione: leggete qui https://www.iodonna.it/video-iodonna/personaggi-video/venezia-2018-valerio-aprea-larmadillo-di-zerocalcare-una-fatica-inimmaginabile/. L’armadillo è l’anima del ragazzo, la sua coscienza, il suo “primario”, il contraltare delle decisioni prese di istinto e dell’imprudenza giovanile. L’idea è molto bella: ciascuno di noi ne possiede uno, di “animale protettore”, reale o di fantasia: in un passaggio del film, notate che l’armadillo incontra un suo simile, con l’aspetto di un robot dei cartoni animati giapponesi.

Il punto è che l’armadillo/coscienza va ascoltato, perché è più saggio di noi ed è una capace di indirizzarci alle decisioni migliori. Ci prova di continuo con Zero, che si barcamena tra vari lavoretti precari, nonostante abbia un grande talento di disegnatore, fumettista, grafico. C’è molta autobiografia, evidentemente: perché anche Zerocalcare ha vissuto in quella zona popolare della Capitale (contrapposta nel racconto ai quartieri inamidati di Roma Nord) e per un periodo è emigrato in Francia. E lì, in una cittadina d’oltralpe, vicina al confine ligure, i due ragazzi arrivano con il treno, passando per Genova: non è un caso, dato che nel fumetto, molto più che nel film, c’è il richiamo ai fatti del G8 ed ai pestaggi della scuola Diaz.

Quel “pellegrinaggio” triste alla ricerca di un senso alle cose che succedono è in onore di Camille, l’amica di infanzia portata via dall’anoressia. Nel film, ci sono anche Laura Morante, che interpreta la mamma un po’ nevrotica di Zero e un cammeo di Adriano Panatta che interpreta se stesso. Kasia Smutniak per cinque minuti netturbina e (singolarmente) il corpo forestale dello Stato, che nella realtà non esiste più.

Le ultime cose le dico su Pietro Castellitto: anche se è figlio di due grandi artisti (un attore e regista ed una scrittrice di enorme successo) non si può negare che abbia un talento naturale, una vis comica autentica, un modo di stare sul set molto diverso da quello del famoso genitore. Insomma: non merita l’appellativo di “figlio di papà”!

Per me 3 ciak al film e 4 ai due ragazzi protagonisti 🎬🎬🎬🎬.

Sintesi: provate a pensare come sarebbe bello avere una coscienza davvero parlante, che non ci lasci da soli a commettere errori. Questo è l’armadillo.

Rimetti a noi i nostri debiti

Il primo lungometraggio italiano di produzione Netflix è un film serio e nitidamente drammatico. Affronta un tema universale ma trascurato, si focalizza su ambienti e situazioni considerate di nicchia, non interessanti per la cinepresa, troppo squallide per costruirci sopra una storia.

Si tratta dei debiti, dell’assillo dei debiti, del mondo delle finanziarie, dei recuperatori di crediti inevasi. Cacciatori di denaro difficile, il fango dove le banche non vogliono mettere le mani. Il regista Morabito, che già, sempre con Santamaria protagonista, aveva raccontato il marcio delle società farmaceutiche ne Il venditore di medicine, del 2013, racconta di Franco (Giallini) e Guido (Santamaria), con lo sfondo di una Roma livida e senza pietà (il luogo più rassicurante è il cimitero del Verano, sui cui cipressi si affaccia l’appartamento di Guido e tra i cui vialetti deserti, incurante del contesto, lui fa jogging la mattina presto).

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Wajib Invito al matrimonio

Di questi tempi si tende a trattare problemi complessi a suon di battute e twittate. Con un post di dieci righe buttato lì senza pensarci quella manciata di secondi che può fare la differenza (tra una stupidaggine ed una frase meditata), si pensa di potere fornire ricette risolutive; anche a questioni internazionali, a conflitti culturali, a diversità di tradizioni e fedi religiose. Al contrario, la regista palestinese Anne-Marie Jacir (che ha vissuto per molto tempo all’estero ed oggi risiede ad Haifa, in Israele) ci fa vivere quasi cento minuti di riflessione ed analisi, attraverso i dialoghi e le espressioni dei protagonisti, sui temi della convivenza forzata di due popoli in atavica contrapposizione (gli israeliani e i palestinesi) e dello scontro generazionale tra chi è legato alla tradizione e chi, anche grazie ai viaggi ed al confronto con il mondo occidentale, si sente cosmopolita e libero da tutte quelle regole secolari, ormai percepite come insopportabili.

L’occasione del racconto, sempre ironico e brillante, è l’imminente matrimonio di Amal, la sorella di Shadi, tornato apposta da Roma in Cisgiordania per partecipare, insieme al padre, al rito della consegna casa per casa degli inviti alla festa (il rito chiamato appunto Wajib). Il film è tutto qui, puntato sul giovane architetto palestinese che vive e lavora in Europa ed il genitore, uno stimato ed amato professore di scuola, ligio ai dettami della sua cultura.

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La terra dell’abbastanza

Questo film è un esordio incredibile, vi raccomando di non farvelo scappare a causa dell’estate (approfittate dei giorni festivi piovosi e dei mondiali senza azzurri). I gemelli D’Innocenzo sono i registi, al loro primo lungometraggio. Ma non erano famosi per niente, in precedenza. Nemmeno un corto. Mi sono documentata e ho letto che facevano i giardinieri, fotografi per passione, scrittori di sceneggiature, o rimaste nel cassetto o uscite senza che i loro nomi fossero noti al grande pubblico.

La terra dell’abbastanza è quindi la loro favola a lieto fine, anche se di cose fiabesche e di esiti fortunati qui non se ne vede l’ombra. La storia si pone nel filone neorealista che negli ultimi anni ha visto protagoniste le periferie degradate delle nostre metropoli. Soprattutto della capitale. Gli autori sono “seguaci” di Garrone, che li ricambia evidentemente di stima e considerazione, se è vero (come è vero) che li ha consultati per alcune scene di Dogman.

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Sono tornato

Solo a pensarlo, come costruire un film così, mettendo a discuterne due persone, anche colte, evolute e conoscitrici della storia, non so se se ne esce, dalla discussione. Un film che parla del “ritorno” di Mussolini, un ritorno surreale da allora ad oggi, una specie di macchina del tempo collocata nei giardini di Piazza Vittorio a Roma, il cuore dell’Esquilino.

Una specie di contrappasso, a pensare al tessuto sociale di oggi, di quella bellissima piazza della Capitale. Dove rispunta Benito Mussolini, in divisa come se fosse in guerra, catapultato dal ‘45 al ‘017? Nel luogo più multietnico che c’è, intriso ormai di spezie e colori di ogni parte del mondo. Una sorta di incrocio di popoli, una sfida vera e propria alla vicina sede di Casapound nella adiacente via Napoleone III. Insomma, uno scoppio in una nuvola di fumo dietro ad una rovina d’arte classica e ricompare il duce, come se il tempo non fosse passato, come se nulla fosse.

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