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Richard Jewell

Se siete dell’idea che non si debba perdere nemmeno un film del vecchio ma intramontabile Clint, la pensate come me. Il precedete lo ricordate? Un vero capolavoro, a livelli di Gran Torino: mi riferisco a The Mule). Stavolta il grande regista e attore americano ha deciso di raccontare al mondo una storia dimenticata, una macchia da fare vedere il meno possibile, una falla del sistema e della polizia USA che si è voluto nascondere, tanto da lasciare stupiti, oggi, a distanza di 24 anni, che alcuna eco abbia avuto, nonostante fosse legata a un fatto di cronaca grave e a un episodio di terrorismo davvero allarmante.

Il racconto è quello dell’attentato dinamitardo che nel 1996 uccise due persone ma ne mise in pericolo migliaia nel Centennial park di Atlanta, in occasione dei giochi olimpici di quell’anno. Il titolo del film corrisponde al nome del protagonista: una guardia giurata che, con il suo intervento tempestivo e coraggioso, salvò moltissime potenziali vittime da morte certa; salvò il suo paese, e venne “ricompensato” con una vera e propria persecuzione studiata a tavolino, senza prove, ai suoi danni.

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Vice

Dobbiamo ammettere che è pura chimera, oggi, pensare ad un politico che fa della strategia coltivata nella assoluta riservatezza la sua cifra stilistica. Siamo circondati da schiamazzi: arriva prima l’annuncio, poi la polemica, poi l’insulto. Poi, forse, qualcuno comincia a chiedersi “di cosa stiamo parlando?”.

Anche per questa ragione Vice mi è parso un film necessario da vedere, oltre che per conoscere un personaggio della nostra storia contemporanea tanto importante quanto ignorato dai più (me compresa): ma per una sua scelta precisa, evidentemente, di coltivare ed esercitare il potere a fari spenti. Vi dirò: la considero una ragione sufficiente per nutrire una simpatia pregiudiziale nei confronti del protagonista, Dick Cheney. Per molti versi ingiustificata, lo ammetto, perché l’uomo è pieno di chiaroscuri, con una prevalenza degli scuri: ma, dopo le oltre due ore di racconto di mezzo secolo di storia americana, vista dai corridoi del Congresso e dalle anticamere della Casa Bianca, rimarrà sospeso il vostro giudizio sul vice presidente di George W. Bush. Il regista si muove tra gli eventi storici e la vita privata di Cheney in modo del tutto originale e spesso spiazzante.

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Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Vi parlo di un film da sei nomination all’Oscar 2018 (tra le quali miglior film, migliore attrice protagonista e migliore sceneggiatura originale) e vincitore dell’ultimo Golden Globe. Quindi di qualcosa che credo non possa non vedersi, nel panorama cinematografico di quest’anno.

Il regista non è di quei nomi che il grande pubblico conosce e che attira gli spettatori a scatola chiusa. È un commediografo britannico di origini irlandesi, uno che ha un curriculum teatrale più ampio di quello del grande schermo. Qualità alta, in questo caso anche per la sceneggiatura. Tanto alta che questo film potrebbe, secondo me, essere “scambiato” per un pulp movie di Tarantino.

Già, perché il livello di violenza, freddezza e disumanità è quello. Il racconto di un pezzo di America dove è labile il confine tra i buoni e i cattivi (e quasi tutti sono cattivi); e dove anche la polizia usa la forza senza formalizzarsi troppo sulle regole da rispettare. Una specie di far west, questa è l’impressione per lo spettatore. La storia è ambientata oggi, ma Ebbing nel secondo decennio degli anni duemila è come un villaggio di pionieri, pieno di insidie e senza giustizia.

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