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Il campione

Avete presente quando al cinema sperate che per qualche incantesimo il film non finisca? O che il tempo si dilati e le luci non si accendano e sullo schermo continuino a scorrere le immagini di quella storia che vi piace moltissimo? A me è successo con Il campione, opera prima di un regista 42enne sconosciuto, Leonardo D’Agostini, che (incredibile!) non ha nemmeno una pagina su Wikipedia.

Con coraggio, profondità e mano da cineasta d’esperienza ha messo sul grande schermo un tema attuale e importante: quello della cronica mancanza di cultura ed educazione del mondo milionario del calcio, le conseguenze nefaste di uno sport che senza queste fondamenta si trasforma in un circo. Mettere immense quantità di denaro in mano a un ragazzino improvvisamente diventato ricco e famoso dando calci a un pallone, che effetto fa?

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Beata ignoranza

Care ragazze, non fate che cercate di vedere questo film solo per vedere Gassmann. Le motivazioni devono essere più articolate e meno adolescenziali, quindi, a seguire, vi dico qualcosa su questa originale commedia italiana in cui, a fianco del blasonato Alessandro, trovate il bravissimo Giallini.

Entrambi reduci da fiction televisive di successo dove interpretavano ruoli simili da sbirri alternativi. Qui sono due prof, Giallini di letteratura italiana, Gassmann di matematica, che adottano metodi di insegnamento e stili di vita antitetici: il primo convintamente analogico, asocial, lontano dalla tecnologia e dalla connessione h24; il secondo costantemente a controllare il proprio indice di gradimento presso i migliaia di followers, con uno smartphone come prolungamento del braccio.

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Gifted

Il nostro non è un mondo adatto ai grandi talenti, diciamocelo. Se sei “nella media”, a scuola, ma non solo, fai una vita tranquilla, senza grandi ostacoli. Essere “gifted”, dotati, superdotati di neuroni ben funzionanti, può (singolarmente) creare qualche problema. Il film racconta questo: cosa succede quando il mondo (ed in particolare l’ambiziosa nonna materna) si accorge che Mary, la piccola (bravissima) protagonista, è un vero genio della matematica. 

Fino a quel momento solo lo zio Frank, fratello della madre (morta suicida quando lei era in culla) con cui vive e che la cresce come un padre, conosceva davvero la velocità della sua mente e le sue incredibili capacità di calcolo e di risoluzione di complessi problemi scientifici. Ciononostante, pur assecondando quelle doti straordinarie con naturalezza, la loro vita era assolutamente “normale”, semplice, frugale, in una casa di legno vicino al mare, in Florida.

Tutto liscio quindi fino all’inizio della scuola: quando per tutti gli altri fare tre più tre è un’impresa, mentre per Mary sono elementari moltiplicazioni e divisioni a tre cifre. Subito si capisce una cosa: quanto sia difficile essere “diversi”. “Chi è diverso è solo”, scriveva una amica poetessa. E per Mary iniziano i guai. La serenità della sua esistenza è messa in dubbio, persino il calore del rapporto con Fred, il suo gattone rosso senza un occhio (una creatura nata “imperfetta” ma capace di immenso amore).

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The Teacher

Questa volta vi porto a Bratislava, anno 1983, pieno socialismo reale: una storia (vera, come capirete prima della conclusione, quando vi verrà detto che “fine” hanno fatto i protagonisti) raccontata da un regista ceco, Jan Hrebejk, che evidentemente ha vissuto esattamente quella realtà, avendo all’epoca sedici anni. Più o meno l’età degli alunni della scuola della periferia di Bratislava che fa da teatro alla narrazione quasi teatrale del film: succede che, all’inizio dell’anno, arriva una nuova professoressa, di storia, letteratura e lingua russa. 

Si chiama Maria Drazdechova, una donna giunonica e dai modi apparentemente suadenti, una dirigente di partito (IL partito), dunque un’”intoccabile” anche se limitatamente a quel piccolo mondo squallido ed insignificante. Lei fa l’appello dei presenti, come prima cosa, come si fa sempre. Ma insieme chiede (prendendo appunti delle risposte) a ciascun alunno che lavoro facciano i genitori.

Si capisce subito che quella non è una semplice curiosità fine a se stessa ma un modo per sapere chi sfruttare e come farlo: per garantirsi una esistenza più facile e comoda in un modo, quello della cortina di ferro, dove ogni benessere è bandito e osteggiato e coperto con una coltre di grigiore e (finta) uguaglianza. Buoni voti in cambio di messe in piega gratuite, di riparazioni gratuite, di servizi domestici gratuiti. Persino le pulizie, fatte dai ragazzi che intendessero recuperare con il lavoro qualche interrogazione andata male. Banale corruzione. O forse concussione? Alle surreali scene delle lezioni in classe (fatte di soprusi, come forse spesso accade, a prescindere dal luogo e dal tempo e dal “regime”) si alternano quelle della riunione dei genitori, convocata dalla direzione della scuola per accertare se le accuse di alcuni contro la professoressa fossero vere; ed ancora quelle di ciò che davvero accadeva.

“Questo non è un film sul comunismo o sul bullismo”, ha dichiarato il regista, “qui l’argomento principale è la paura, l’opportunismo, la dignità umana”. Vero: non c’è “sotto” una presa di posizione politica “contro” il socialismo reale che congelava la Cecoslovacchia di quei tempi. Certo è che il ritratto che ne esce fuori è quello di un ambiente corrotto anche nelle piccole cose, malato, depresso, impaurito ed incapace di guarire, se non grazie all’iniziativa di qualche eroe coraggioso.

Anche nel film succede così, ma il finale, che vi invito a guardare con attenzione, vi farà capire che quella malattia è purtroppo diventata cronica e non se ne è andata via con la conquista della libertà dal regime comunista. Una visione amara dunque ed una affermazione sottintesa: che la scuola è lo specchio della nostra società e del suo livello di evoluzione, culturale e di percezione delle illiceità e delle prepotenze. Non va sottovalutata e nemmeno lasciata a se stessa, come troppo spesso (oggi, anche oggi) succede.