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La casa de papel

Il 19 luglio esce l’attesa terza stagione de La casa de papel, la serie spagnola, record assoluto di spettatori al mondo, tra quelle non americane. Uscita in anteprima su Antena 3, oggi esclusiva Netflix. Se non avete visto le prime stagioni, cercate di mettervi in pari: non è facile andare avanti a raccontare una storia che sembrava avere trovato il suo finale perfetto. Questa è la sfida del sequel, e non è da poco, considerando il livello qualitativo del film finora visto e l’empatia creata dai suoi protagonisti con il pubblico.

Il racconto parte da un’idea folle: il Professore, un personaggio misterioso, di cui da subito si riconosce l’immensa intelligenza e cultura, la capacità camaleontica di trasformarsi a seconda della situazione nel personaggio più giusto ad affrontarla, pianifica il colpo del secolo. Svaligiare la Zecca di Stato spagnola, ma non semplicemente portando via il denaro che vi si sarebbe trovato depositato, bensì stampandone di nuovo in quantità incommensurabili: milioni di euro, appena usciti dalle macchine rotative, nelle tasche degli otto rapinatori, addestrati appositamente per attuare una rapina perfetta. Sono previste varianti per ogni possibile evento, vie di uscita di emergenza per qualsiasi imprevisto.

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Fauda

In arabo Fauda significa caos. Già partendo da qui, comprenderete il clima di questa serie televisiva made in Israele, ambientata in Cisgiordania, giunta alla sua seconda stagione su Netflix (gli estimatori come sempre accade congetturano sull’uscita della terza, che pare già in lavorazione e probabilmente in Italia dal 2020).

A me ha conquistato, ma leggendo sul web mi sono resa conto di non essere molto originale: ha avuto un notevole successo, soprattutto in patria, ma anche all’estero, dove viene doppiata solo in parte. Un plusvalore, senza dubbio, per entrare nell’autenticità del clima e del contesto: i dialoghi in arabo sono in lingua originale e sottotitolati, mentre nella versione italiana quelli in lingua israeliana sono doppiati. L’argomento è il conflitto israelo-palestinese in quei territori, una guerra quotidiana che si combatte applicando da entrambe le parti il principio, più volte ripetuto come un mantra dai protagonisti, di “occhio per occhio, dente per dente”.

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Broadchurch

Cinefili: niente scandalo se da oggi inauguro, ogni tanto, una rubrica sulle serie televisive che mi sono piaciute. Sarebbe ormai fuori dal tempo ignorarle. Basti pensare, soltanto guardando ai nostri confini, che vi si ritrovano i migliori attori italiani. Inoltre, la distensione temporale, che va ben oltre le solite due ore di un film, consente approfondimenti e suspense non comuni; nonché la possibilità di affezionarsi in modo quasi maniacale alla storia raccontata (conosco persone che per arrivare alla fine rinunciano al sonno di una notte intera!). Quindi, mettete da parte gli snobbismi da puristi del grande schermo, e seguitemi, se possibile dicendo la vostra.

Voglio iniziare da Broadchurch, Made in UK. Una storia ambientata nell’Inghilterra meno conosciuta, quella lontanissima dalla capitale, che pochi hanno avuto la fortuna di vedere. Il titolo è il nome di un villaggio di pescatori del Devon. Scogliere, spiagge enormi, pescherecci, case colorate su una sola strada. Un emporio, un hotel, un alimentari, un’edicola.

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The place

Prima regola: non andate a vederlo chiedendovi (o chiedendo dopo il film ai vostri compagni di cinema) se vi è piaciuto più o meno di “Perfetti sconosciuti”. Già. Perché l’arte va sottratta all’umiliante esercizio del paragone, che sminuisce sia quello che è stato fatto prima che le evoluzioni successive.

Se siete giustamente, così, predisposti e cioè senza pregiudizi non cascherete nella trappola dei critici “a prescindere” che, sono convinta, si aspettavano la classica commedia italiana con temi attuali sì, ma non troppo complicata; ed invece si sono trovati davanti i migliori attori del cinema nostrano ad interpretare un soggetto non semplice da codificare.

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