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Moglie e marito

Lui, Simone Godano, è il regista di “Croce e delizia”, il film in questi giorni nelle sale con Alessandro Gassmann e Fabrizio Bentivoglio. Moglie e marito, uscito nel 2017, è il suo primo lungometraggio. Su questo film devo dirvi due cose: la prima, fa davvero morire dal ridere, in modo intelligente e grazie all’incredibile bravura (anche comica) dei due attori protagonisti; la seconda, appunto gli attori, Favino e la Smutniak, che ci hanno abituati a ruoli “ordinari” da commedia sentimentale seppure di autore, sono incredibili, in senso del tutto positivo, in un ruolo (anche) da caratteristi del tutto originale.

A ciò si aggiunga che i temi hanno una importanza universale, come ogni discorso sull’amore, sull’amore nel tempo (le sue trasformazioni, sopratutto dopo i figli), sulla fine dell’amore, sul se ci siano dei rimedi a questa fine. Il racconto esordisce con i due coniugi Sofia e Andrea davanti ad una arcigna consulente matrimoniale, quelli che quando ormai i buoi sono scappati cercano di insegnarti l’ABC del rapporto.

Cose tipo “dovete ricominciare a parlare”; “pensate a come eravate quando vi siete innamorati”; “mettetevi nei panni l’uno dell’altra”. Molto spesso consigli inutili, come quasi tutti i consigli: che hanno come unico effetto l’insofferenza nei confronti dell’erogatore dei consigli stessi. Qui però “mettetevi nei panni l’uno dell’altra” diventa, grazie ad una trovata fantascientifica paradossale ma necessaria per sviluppare l’argomento del film, “scambiatevi le menti, la memoria, scambiatevi il genere: la donna diventi uomo e l’uomo diventi donna”.

Succede proprio questo a Sofia ed Andrea, lei una emergente stella della televisione, lui un neurochirurgo con la passione per la scienza. La difficoltà della recitazione sta proprio nel dovere interpretare una donna con la mente e la mentalità di un uomo e viceversa. Alcune scene, vi assicuro, sono esilaranti: lei che si siede in minigonna con le gambe ben aperte, come farebbe un uomo o che si trova ad affrontare le impervie situazioni tipicamente femminili dei tacchi e del ciclo; lui che si trova a fronteggiare la “corte” della giovanissima baby sitter e che deve entrare in sala operatoria (con un intervento in atto su un cranio) non avendo (in mente) alcuna memoria dell’essere un neurochirurgo.

Al di là delle scene divertenti, che comunque valgono il biglietto, la storia ci dice sempre due cose: una è che invece della consulenza di coppia (a pagamento: con ogni rispetto per chi fa questo lavoro) basterebbe, per non interrompere il sottile filo dell’amore, non chiudersi ciascuno nel feudo di se stesso, raggiungendo una reciproca incomunicabilità; quella che porta, senza speranza, alla fine dinquel delicatissimo ed inflazionato sentimento. L’altra è che forse sarebbe sano per noi donne lasciare manifestare più liberamente la parte maschile che è  in noi; e per gli uomini, nello stesso modo, mettere ogni tanto da parte l’overdose di testosterone e lasciare qualche apostrofo rosa tra le cose della vita.

Certo che queste non sono ricette sicure perché una relazione duri o si rianimi; sono però utili per vivere meglio, ché mescolare le prerogative maschili e femminili è sicuramente sano per ciascuno e riduce le distanze tra i sessi. Ricordo ancora la gioia immensa di liberami della scuola solo femminile dei miei primi anni di vita.

L’amore secondo Isabelle

Di questo film ho letto che l’autrice della sceneggiatura è Christine Angot, nota in Francia come maestra del romanzo autobiografico, della descrizione dei sentimenti all’interno della famiglia. In realtà, proprio la sceneggiatura è ciò che mi è piaciuto di meno e mi ha stupito scoprire che fosse “di autore”: ho trovato i dialoghi davvero noiosi, privi di quella tipica brillantezza del cinema francese, involuti e anche un po’ vuoti, estremamente superficiali. Tanto che non mi è capitato di dovermi appuntare, come sempre succede, “la frase del film”.

Ho anche pensato che fosse voluto quel loop di conversazioni a due sempre sugli stessi temi, intorno all’amore, il sesso, il rapporto di coppia, i comportamenti, le ripicche, le vendette. Di questo infatti, e solo di questo, senza una reale trama, parla il film, che è tutto incentrato su una figura femminile: la bella cinquantenne Isabelle, divorziata, con una figlia di dieci anni, che però, in tutta la storia, si vede soltanto per qualche istante. Non a caso, credo: nella vita di Isabelle non c’è spazio nemmeno per la maternità, il suo unico pensiero, quasi ossessivo, è trovare un uomo che la ami stabilmente, trovare l’amore vero. Invece, si imbatte in una delusione dopo l’altra, in illusioni fatue capaci di portarle solo qualche notte di apparente felicità.

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