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Hotel Gagarin

L’opera prima di Simone Spada (regista torinese quarantacinquenne, con esperienza in film importanti, come Lo chiamavano Jeeg Robot e con attori popolari come Checco Zalone) è coraggiosa e originale,anche grazie alla scelta degli interpreti, bravi, bravissimi, a calarsi in un contesto quasi onirico, rasserenante e poetico.

Un contesto in cui, secondo me, è maestro Battiston, ma nel quale danno ottima prova di sé anche Amendola, Argentero e Bobulova. Tutti personaggi accomunati da esistenze un po’ sfortunate, mediocri, irrealizzate. Amendola è un elettricista, Argentero un fotografo di matrimoni, Battiston un (inascoltato) professore di storia, come ripiego alla sua vera passione: il cinema.

Scrive sceneggiature, immagina storie. Ma non trova chi lo apprezzi, le idee rimangono nei cassetti e con esse la convinzione che diventare un regista sia un sogno irrealizzabile. Bobulova è una elegante signora arrivata a Roma dalla Russia, che se la cava con affari vari, sempre in bilico con l’illegalità.

Succede che un politico abituato alle bustarelle pensi bene di organizzare una piccola truffa ai danni delle casse europee, utilizzando fondi per la cultura in un finto film girato in Armenia. Succede che il copione per il finto film sia scritto dal professore aspirante cineasta. Da qui parte la storia, ed è questa la ragione per cui quel variegato gruppo di persone si ritrova dal centro della Capitale a una landa innevata nel cuore dell’Asia continentale. Tutto, all’inizio, sembra davvero organizzato (a parte qualche sbavatura nella scelta del mezzo di trasporto fino all’Hotel Gagarin). Poi, nel giro di poche ore, la bufala comincia ad emergere in tutta la sua enormità, aggravata dall’improvviso scoppio di un conflitto interno armato e pericoloso, che costringe la “troupe” a non tornare in Italia e ad attendere gli eventi tra le mura del grande albergo di lusso, una cattedrale nel deserto; per di più con la consapevolezza che il sogno del film e della notorietà è una chimera impossibile.

Ma siccome “la parola crisi significa anche opportunità”, accade una cosa tra il fiabesco e l’immaginifico che colora di rosa ciò che appariva solo nero. Per sapere di che si tratta, dovete andare al cinema: anche perché la pellicola di Spada è un inno a questa arte, alla magia che ha in sé, alla bellezza di staccare dalla realtà per godere della finzione dei sogni realizzati. “Le cose accadono da sole, per magia”: ed è così davvero, come si impara nella vita, l’amore arriva quando meno te lo aspetti, il sorriso ricompare quando ti sembra di non avere nessuna speranza. D’altronde, come insegna Tolstoj, “se vuoi essere felice, comincia”. Ed è quello che fanno i protagonisti di questo racconto, iniziando da ciò che sanno fare e che forse, nella quotidianità, avevano dimenticato.

Una chicca il ruolo di Philippe Leroy, perfettamente calzante con quel luogo dove chi arriva è avvertito: “qui si girano sogni”. Raccomandato a chi si sente un po’ sperduto e non ne può più di porte in faccia. 4 ciak 🎬 🎬🎬🎬 per me.

Finché c’è Prosecco

Questo film è veramente una chicca e vi consiglio di non perderlo, anche a costo di fare cineturismo, dato che non sono molte, purtroppo, le sale che lo proiettano. Io l’ho scelto, confesso, perché adoro Battiston ed è uno di quegli attori che vado a vedere a scatola chiusa.

Anche stavolta non mi ha deluso, aiutato da un soggetto originale (un giallo tutto italiano, ambientato nelle belle terre del Prosecco: Conegliano, Valdobbiadene), ben costruito, impegnato, ispirato ad un romanzo (pure consigliabile), con lo stesso titolo, di Fulvio Ervas.

Da sapere oltre a questo (dato che sulla trama, trattandosi di un genere giallo, posso svelarvi ben poco): è l’opera prima del regista Antonio Padovan; tra gli interpreti, la giovane Silvia D’Amico (in The Place, la ragazza disposta a diventare una rapinatrice per diventare più bella); parla di un dono prezioso della nostra terra, cioè le uve con cui si fa il Prosecco; parla soprattutto della terra e della necessità di rispettarla. Infatti, la frase del film, per me, è questa: “quando un giorno questa terra sarà tua ricordati che anche tu sarai suo”.

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The place

Prima regola: non andate a vederlo chiedendovi (o chiedendo dopo il film ai vostri compagni di cinema) se vi è piaciuto più o meno di “Perfetti sconosciuti”. Già. Perché l’arte va sottratta all’umiliante esercizio del paragone, che sminuisce sia quello che è stato fatto prima che le evoluzioni successive.

Se siete giustamente, così, predisposti e cioè senza pregiudizi non cascherete nella trappola dei critici “a prescindere” che, sono convinta, si aspettavano la classica commedia italiana con temi attuali sì, ma non troppo complicata; ed invece si sono trovati davanti i migliori attori del cinema nostrano ad interpretare un soggetto non semplice da codificare.

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Gli imperfetti conosciuti

Paolo Genovesi: il film prova a farci dare un giudizio su noi stessi, non sulla nostra vita quotidiana ma su ipotetici démoni che abbiamo dentro di noi. Una frase rappresenta il film: c’è qualcosa di terribile dentro di noi, chi non è costretto a scoprirlo è molto fortunato.

#ThePlace da domani nelle sale