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Bangla

Questo film, uscito nelle sale grazie alla sensibilità di Domenico Procacci, è veramente una rarità (ed una bella sorpresa) ed anche se faticherete a trovarlo, perché per ragioni ovvie ha una distribuzione limitata, vi consiglio di cercarlo o di segnarvelo in un taccuino ideale delle “cose da fare” per vederlo, prima o poi. Vi dico questo perché il regista e attore protagonista, Phaim Bhuiyan, è un vero fenomeno.

Un italiano di seconda generazione, originario del Bangladesh, figlio di una casalinga e di un venditore ambulante di biancheria intima, con il sogno (realizzato!) di fare il regista. Quando, incuriosita, ho letto la sua storia ho pensato, forse banalmente, che il talento è forte come l’acqua e trova sempre la strada per uscire. In questo caso non era facile, e per capirlo fino in fondo leggete questa intervista.

«Mi chiamo Phaim, ho 22 anni, anche se mi vedete un po’ negro in realtà sono italiano, tipo un po’ cappuccino. Sono 50% bangla, 50% italiano, 100% Torpigna». Inizia così, fulminante, il racconto della vita di Phaim. Torpigna, per chi non conosce il territorio, è un quartiere simbolo delle periferie romane, Torpignattara: negli ultimi anni destinatario di interventi di riqualificazione (la cosa più bella sono i murales sulle vecchie case scorticate, che danno vita e arte a visioni che prima erano solo squallide), nonché scelto come sfondo di romanzi e fiction.

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La profezia dell’armadillo

Zero e Secco, interpretati da Simone Liberati e Pietro Castellitto, sono i due millennials, generazione under 30, protagonisti di questa (secondo me riuscita) trasposizione dell’omonima storia a fumetti di Zerocalcare. Vi consiglio di immergervi per i cento minuti del film nel mondo di Rebibbia (il quartiere, non il carcere), ben disegnato e descritto dall’autore del racconto, e reso vivido sul grande schermo anche dall’apporto di Valerio Mastandrea, che ha partecipato alla stesura della sceneggiatura.

Ragionate con la loro testa, non perdete tempo nella ricerca di una trama, ascoltate con attenzione le parole, gli insegnamenti, i motti quotidiani dell’armadillo, fulcro della narrazione e vera anima dell’opera. Il grosso e goffo animale è reso in modo artigianale, quasi fosse un costume di carnevale cucito ed incollato dalla mamma, come accadeva negli anni 70. La sua voce, un fuori campo costante nell’appartamento di Zero, con la pedanteria di un grillo parlante, è quella del bravissimo Valerio Aprea (lo ricordate nella saga di Sidney Sibilia, Smetto quando voglio?).

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Cuori puri

Questo film, opera prima del regista ed esordio o quasi per i due giovanissimi protagonisti, si pone nel filone del cinema italiano neorealista, molto legato a Roma, che mi sono resa conto essere ormai diventato un genere, nonostante lo snobbismo sottovalutante della critica e persino dei siti web di cinema.

Un filone che propone con diversi livelli di approfondimento, ironia o durezza, temi legati all’esistenza difficile di chi stenta a fare quadrare i conti con il quotidiano, tra la mancanza di lavoro, i disagi familiari, l’illusione o l’esaltazione o il dolore legati all’amore. Anche questo è un film di periferia, ambientato a Tor Sapienza, in luoghi di confine con i campi ROM. Ad arricchire la storia di Agnese (18 anni) e Stefano (25) c’è il rapporto con la religione, con i limiti, con i consigli della mamma (una Barbara Bobulova quasi irriconoscibile ma perfetta in un insolito ruolo di cattolica fanatica e genitrice ottusamente inflessibile).

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