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La caduta dell’impero americano

Ultima tappa di una trilogia iniziata nel 1987 con “Il declino dell’impero americano”; che continua con “Le invasioni barbariche” (2003), Oscar per il miglior film in lingua straniera: l’autore e regista è il canadese Denis Arcand, impegnato in una riflessione ultratrentennale sulle evoluzioni della nostra società, su come l’individuo si adatti alle difficoltà, spesso legate oggi alla mancanza di denaro. A una percezione della povertà, con la conseguente frustrazione esistenziale, sempre più pressante, in concomitanza del crescere dei desideri e dell’innalzarsi dell’asticella della condizione del vero benessere.

Il contesto e le tematiche di questo film mi hanno costantemente ricordato “La casa di carta” la serie spagnola visibile su Netflix: un successo planetario, che ha reso eroi dei rapinatori di banca. Milioni di spettatori che facevano il tifo per loro, per la riuscita del loro piano, di diventare ricchissimi, svuotando le casse della Zecca di Spagna. Volevano conquistare, con l’astuzia ma anche se necessario la violenza, quella ricchezza ingiustamente negata loro dalla sorte e riservata a pochissimi; volevano uscire dalla mediocrità, dalle difficoltà del quotidiano, impossessandosi di soldi appena stampati, che certamente sarebbero stati destinati a una manciata di ricconi privilegiati.

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Il campione

Avete presente quando al cinema sperate che per qualche incantesimo il film non finisca? O che il tempo si dilati e le luci non si accendano e sullo schermo continuino a scorrere le immagini di quella storia che vi piace moltissimo? A me è successo con Il campione, opera prima di un regista 42enne sconosciuto, Leonardo D’Agostini, che (incredibile!) non ha nemmeno una pagina su Wikipedia.

Con coraggio, profondità e mano da cineasta d’esperienza ha messo sul grande schermo un tema attuale e importante: quello della cronica mancanza di cultura ed educazione del mondo milionario del calcio, le conseguenze nefaste di uno sport che senza queste fondamenta si trasforma in un circo. Mettere immense quantità di denaro in mano a un ragazzino improvvisamente diventato ricco e famoso dando calci a un pallone, che effetto fa?

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Ricchi di fantasia

Dopo Il tuttofare (di Valerio Attanasio: se ve lo siete perso, recuperatelo assolutamente!) era chiaro che Sergio Castellitto avesse raggiunto una maturità di attore tale da essere di certo considerato uno dei nostri migliori, adatto a quei ruoli tipici e complessi (divertenti ed amari insieme) della buona commedia italiana.

Anche in questo caso dà ottima prova di sé, concentrando nel personaggio che interpreta (che si chiama proprio Sergio, e Sabrina quello della Ferilli: come se entrambi altri non facessero che se stessi) diversi eccessi umani, alti e bassi: un geometra “decaduto” a carpentiere per la cattiva sorte e la crisi, con una famiglia da mantenere, pesante ed esigente, una moglie perennemente nervosa e rivendicante (brava è credibile Paola Tiziana Cruciani), un amore clandestino (per Sabrina) consumato nel camioncino da lavoro, nella campagna romana con lo sfondo arcaico dell’acquedotto.

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La terra dell’abbastanza

Questo film è un esordio incredibile, vi raccomando di non farvelo scappare a causa dell’estate (approfittate dei giorni festivi piovosi e dei mondiali senza azzurri). I gemelli D’Innocenzo sono i registi, al loro primo lungometraggio. Ma non erano famosi per niente, in precedenza. Nemmeno un corto. Mi sono documentata e ho letto che facevano i giardinieri, fotografi per passione, scrittori di sceneggiature, o rimaste nel cassetto o uscite senza che i loro nomi fossero noti al grande pubblico.

La terra dell’abbastanza è quindi la loro favola a lieto fine, anche se di cose fiabesche e di esiti fortunati qui non se ne vede l’ombra. La storia si pone nel filone neorealista che negli ultimi anni ha visto protagoniste le periferie degradate delle nostre metropoli. Soprattutto della capitale. Gli autori sono “seguaci” di Garrone, che li ricambia evidentemente di stima e considerazione, se è vero (come è vero) che li ha consultati per alcune scene di Dogman.

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