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A casa tutti bene

Eravamo tutti pronti ad una importante prova di cinema (italiano) guardando il trailer del nuovo film di Muccino, uscito non a caso nel giorno degli innamorati. Perché c’erano, non tutti, ma moltissimi attori importanti, di quelli che fanno la differenza e che attirano il pubblico con il loro solo nome.

Attori che oramai sembra quasi di conoscere confidenzialmente, a chi frequenta le sale ed i teatri (dove spesso per fortuna si incontrano). Attori che sono amici tra loro (e si vede!) e per i quali recitare è solo un modo per essere se stessi, per di più insieme. Questo il primo ed essenziale ingrediente del film: una comunità coesa di persone, di diverse generazioni (anche se, per la maggior parte, nei ruoli fondamentali, degli anni 60 e 70), chiamate a rappresentare, sotto la lente di ingrandimento del regista, il sentimento più nominato del mondo, l’amore, e il “contratto” più discusso è inevitabile del mondo, il matrimonio.

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Made in Italy

Il film scritto e diretto dal cantautore di Correggio non è solo dedicato ai fanatici di Campovolo. Le sue canzoni sono il filo conduttore della storia, certo. Ma la storia ha un senso per tutti: è quella dell’assoluta maggioranza di noi, una storia comune, spesso di sconfitta, dei nostri giorni. “Cosa ci faccio qui?” è la domanda. “La mia parte”, risponde Sara (interpretata dalla Smutniak).

Lei sta con Riko (Accorsi) da molti anni (“forse troppi” dice ad un’amica) un po’ intrappolata in un matrimonio di reciproci tradimenti, incomprensioni e silenzi. Come tanti. Hanno un figlio con ambizioni da cineasta che vuole andare a studiare al DAMS a Bologna; mentre loro vivono una quotidianità ormai solo ripetitiva, claustrofobica e frustante. Se non fosse per gli amici. Una cerchia di amici stretti, che c’è sempre, soccorre ad ogni mancanza, fa ridere e sorridere e soprattutto consola. Ascolta. In un’intervista alla radio ho sentito Ligabue dire di avere parlato di se stesso e del suo modo di vivere l’amicizia. Qualcosa di indispensabile che salva da ogni disperazione.

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Veloce come il vento

Se dovessi sintetizzare al massimo e ridurre ad una sola parola questo film vi direi che è un film “contro”. Contro ogni elogio della lentezza, innanzitutto. Esordisce dicendoti che “se hai tutto sotto controllo significa che non stai andando abbastanza veloce”.

E subito ti rendi conto che starai due ore incollato allo schermo, con un incremento di adrenalina inconsueto per un film italiano. Contro ogni immagine patinata della velocità. I protagonisti non sono dei vincenti, dei divoratori della vita. Vivono ai margini, anzi. La corsa, su automobili adatte ai rally clandestini, ce l’hanno nel DNA; ma questa dote innata non ha portato ricchezza o notorietà. Anzi. La storia (vera) raccontata da Matteo Rovere e’ di continue cadute, di pochissimi spiragli e quasi nulle speranze.

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