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Il campione

Avete presente quando al cinema sperate che per qualche incantesimo il film non finisca? O che il tempo si dilati e le luci non si accendano e sullo schermo continuino a scorrere le immagini di quella storia che vi piace moltissimo? A me è successo con Il campione, opera prima di un regista 42enne sconosciuto, Leonardo D’Agostini, che (incredibile!) non ha nemmeno una pagina su Wikipedia.

Con coraggio, profondità e mano da cineasta d’esperienza ha messo sul grande schermo un tema attuale e importante: quello della cronica mancanza di cultura ed educazione del mondo milionario del calcio, le conseguenze nefaste di uno sport che senza queste fondamenta si trasforma in un circo. Mettere immense quantità di denaro in mano a un ragazzino improvvisamente diventato ricco e famoso dando calci a un pallone, che effetto fa?

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A casa tutti bene

Eravamo tutti pronti ad una importante prova di cinema (italiano) guardando il trailer del nuovo film di Muccino, uscito non a caso nel giorno degli innamorati. Perché c’erano, non tutti, ma moltissimi attori importanti, di quelli che fanno la differenza e che attirano il pubblico con il loro solo nome.

Attori che oramai sembra quasi di conoscere confidenzialmente, a chi frequenta le sale ed i teatri (dove spesso per fortuna si incontrano). Attori che sono amici tra loro (e si vede!) e per i quali recitare è solo un modo per essere se stessi, per di più insieme. Questo il primo ed essenziale ingrediente del film: una comunità coesa di persone, di diverse generazioni (anche se, per la maggior parte, nei ruoli fondamentali, degli anni 60 e 70), chiamate a rappresentare, sotto la lente di ingrandimento del regista, il sentimento più nominato del mondo, l’amore, e il “contratto” più discusso è inevitabile del mondo, il matrimonio.

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Made in Italy

Il film scritto e diretto dal cantautore di Correggio non è solo dedicato ai fanatici di Campovolo. Le sue canzoni sono il filo conduttore della storia, certo. Ma la storia ha un senso per tutti: è quella dell’assoluta maggioranza di noi, una storia comune, spesso di sconfitta, dei nostri giorni. “Cosa ci faccio qui?” è la domanda. “La mia parte”, risponde Sara (interpretata dalla Smutniak).

Lei sta con Riko (Accorsi) da molti anni (“forse troppi” dice ad un’amica) un po’ intrappolata in un matrimonio di reciproci tradimenti, incomprensioni e silenzi. Come tanti. Hanno un figlio con ambizioni da cineasta che vuole andare a studiare al DAMS a Bologna; mentre loro vivono una quotidianità ormai solo ripetitiva, claustrofobica e frustante. Se non fosse per gli amici. Una cerchia di amici stretti, che c’è sempre, soccorre ad ogni mancanza, fa ridere e sorridere e soprattutto consola. Ascolta. In un’intervista alla radio ho sentito Ligabue dire di avere parlato di se stesso e del suo modo di vivere l’amicizia. Qualcosa di indispensabile che salva da ogni disperazione.

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Veloce come il vento

Se dovessi sintetizzare al massimo e ridurre ad una sola parola questo film vi direi che è un film “contro”. Contro ogni elogio della lentezza, innanzitutto. Esordisce dicendoti che “se hai tutto sotto controllo significa che non stai andando abbastanza veloce”.

E subito ti rendi conto che starai due ore incollato allo schermo, con un incremento di adrenalina inconsueto per un film italiano. Contro ogni immagine patinata della velocità. I protagonisti non sono dei vincenti, dei divoratori della vita. Vivono ai margini, anzi. La corsa, su automobili adatte ai rally clandestini, ce l’hanno nel DNA; ma questa dote innata non ha portato ricchezza o notorietà. Anzi. La storia (vera) raccontata da Matteo Rovere e’ di continue cadute, di pochissimi spiragli e quasi nulle speranze.

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