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Il testimone invisibile

Chi lo ha detto che i film thriller a tinte molto nere li sappiano fare solo gli americani? Ebbene, non è così, soprattutto se il regista è uno come Stefano Mordini, con alle spalle “precedenti” originali e complessi come Acciaio (tratto dal romanzo di Avallone) e Pericle il nero (sempre con Scamarcio protagonista: leggete qui la mia recensione). La preziosità del racconto è data dalla sua costruzione attenta, priva di sbavature.

A volte mi succede di entusiasmarmi al cinema per tre quarti del film e di rimanere delusa dall’epilogo: non è semplice mantenere alto il livello della tensione e del mistero in una storia gialla, non cadere in soluzioni banali o poco logiche. Al contrario, in Testimone invisibile, fino alla fine rimarrete nell’incertezza, su come siano andate le cose, su chi siano i buoni ed i cattivi, addirittura su chi siano gli stessi protagonisti. Nel senso che potrebbero celarsi dietro una maschera, impossibile da riconoscere anche ad un occhio molto attento. Insomma: cento minuti ben spesi per gli appassionati del genere, ma non solo. Dal momento che il racconto si allarga a temi più ampi: quello del tradimento, della sofferenza delle storie parallele, della forza che riesce a infondere la disperazione e la paura di vedere la propria fulgida esistenza sgretolarsi sulle bugie che fino a quel momento la puntellavano.

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Pericle il nero

Se non lo avete visto, recuperatelo. Il regista è Stefano Mordini, lo stesso de Il testimone invisibile, in questi giorni nelle sale. Pericle è Scamarcio, che già aveva dato prova di saper fare il “cattivo” in Romanzo criminale, di Michele Placido. Qui più che cattivo è nero, appunto. A partire dal suo passato: nemmeno un ricordo della sua infanzia a rendergli più lieve il presente. Solo una foto consumata della mamma morta, in circostanze che non conosce.

Nero il passato, nera la solitudine del presente. Nero il suo lavoro: “faccio il culo alla gente”, per conto di Luigino Pizza (cosiddetto per il “giro” di pizzerie che ha messo su in Belgio, emigrato da Napoli per ragioni solite di malavita). Nera la solitudine in cui è immerso, totale assenza di amore anche solo di affetto o di pietà. Nera la striscia sulla spina dorsale di Pericle, che vedete sulla locandina, forse per attrarre chi sceglie un film per l’avvenenza dell’attore (criterio legittimo, per carità).

Unico modo per sopravvivere è non pensare, bere la droga chimica da una bottiglia come fosse acqua, commettere atti osceni e brutti e brutali con l’indifferenza di uno con l’anima spenta. O meglio mai accesa. Un’anima nera, appunto senza luce, quello che serve per ottenere il nero. Eliminare ogni riflesso che consenta di vedere i colori. Ma come l’acqua, anche la luce è difficile da arginare. Qui, nella vita di Pericle, arriva con un gesto di gentilezza: quello di una fornaia di Calais, dove lui fugge per sottrarsi a una vendetta del suo nero mondo di sgherri. Continua a leggere Pericle il nero