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Vice

Dobbiamo ammettere che è pura chimera, oggi, pensare ad un politico che fa della strategia coltivata nella assoluta riservatezza la sua cifra stilistica. Siamo circondati da schiamazzi: arriva prima l’annuncio, poi la polemica, poi l’insulto. Poi, forse, qualcuno comincia a chiedersi “di cosa stiamo parlando?”.

Anche per questa ragione Vice mi è parso un film necessario da vedere, oltre che per conoscere un personaggio della nostra storia contemporanea tanto importante quanto ignorato dai più (me compresa): ma per una sua scelta precisa, evidentemente, di coltivare ed esercitare il potere a fari spenti. Vi dirò: la considero una ragione sufficiente per nutrire una simpatia pregiudiziale nei confronti del protagonista, Dick Cheney. Per molti versi ingiustificata, lo ammetto, perché l’uomo è pieno di chiaroscuri, con una prevalenza degli scuri: ma, dopo le oltre due ore di racconto di mezzo secolo di storia americana, vista dai corridoi del Congresso e dalle anticamere della Casa Bianca, rimarrà sospeso il vostro giudizio sul vice presidente di George W. Bush. Il regista si muove tra gli eventi storici e la vita privata di Cheney in modo del tutto originale e spesso spiazzante.

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La battaglia dei sessi

Stati Uniti, anni 1972-73, presidente Nixon. Nel mondo occidentale di 45 anni fa, le donne, anche nello sport, vivevano una condizione di serie B. Era all’ordine del giorno per loro sentirsi dire “cercate di essere ragionevoli! Gli uomini hanno delle famiglie da mantenere…”. Oppure “gli uomini sono più forti! È solo biologia!”. 

Tutto per giustificare una delle tante iniquità a danno del cosiddetto sesso debole: paghe più basse, compensi un terzo di quelli riservati ai colleghi dell’altra metà del cielo. Questo lo scenario del bel film, per appassionati di tennis ma non solo, che racconta un evento storico memorabile per quello sport ed una vera svolta per le donne. Una partita-esibizione di tennis, simbolica, dove gli sfidanti sono un uomo e una donna.

Lei è la campionessa Billie Jean King, lui l’ex campione ormai ultracinquantenne Bobby Riggs. Lei, interpretata da Emma Stones, incredibilmente molto somigliante (in bello!) alla vera tennista, è impegnata “contro” la federazione americana del gioco del tennis (tutta di maschi tradizionali) per dare al suo genere di appartenenza uguale dignità rispetto agli uomini. Tanto da arrivare ad uscire da quella federazione e crearne una, agguerritissima, di sole donne. Lui, perduto nel vizio delle scommesse (esilarante la scena all’”anonima scommettitori” che frequenta con il chiaro intento di continuare a farlo), con le spalle coperte grazie a un matrimonio rassicurante, si crogiola in un maschilismo quasi buffo: dice della sfida con Billie Jean che “sarà uno scontro tra un tennista e una femminista”, tanto per sminuire la sua avversaria ed il contenuto davvero sportivo della gara.

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