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Borg McEnroe

Proiettato oggi a Pescara in anteprima nazionale, Borg-McEnroe è apparentemente centrato su quella che molti appassionati di tennis considerano la più bella partita della storia: la finale di Wimbledon 1980, la prima tra i due fuoriclasse, l’inizio di una grande rivalità sportiva. 

Il film rende un grande omaggio al tennis: tutto è ricostruito con rigore certosino: l’abbigliamento, i tic degli atleti, quel modo del tutto peculiare di Borg di eseguire il rovescio, lo stranissimo servizio di Mc Enroe e quella sua abilità di accarezzare la palla a rete. Il gioco, poi, è molto realistico. Il tennis è entrato spesso nei film: tralasciando l’ultimissimo “La battaglia dei sessi”, ancora nelle sale, mi viene in mente “Match Point” di Woody Allen o “Il Giardino dei Finzi Contini” di De Sica; e ancora: il meraviglioso “Anatra all’arancia” con Tognazzi-Vitti e “L’ultimo imperatore” di Bernardo Bertolucci, quando i soldati fanno irruzione e arrestano l’imperatore PuYi proprio mentre sta giocando a tennis. Mai, però, come in Borg-McEnroe il racconto sportivo è stato così realistico: assisti ad una partita di tennis, le movenze degli attori hanno credibilità.
Ma il cuore del film, ed insieme la cosa che più mi ha colpito, è il tentativo, riuscito, di dare una risposta ad un interrogativo che si trascina dagli anni ‘80: perché Borg, il primo divo del tennis, il campione imbattibile, si è ritirato ad appena 26 anni. Il tennis è tutta una questione di testa, e lui, apparentemente gelido e senza emozioni, era in realtà in continua lotta con demoni interiori, una pentola a pressione. Pronta ad esplodere, di fronte ad una cosa per lui inaccettabile: la sconfitta.

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La battaglia dei sessi

Stati Uniti, anni 1972-73, presidente Nixon. Nel mondo occidentale di 45 anni fa, le donne, anche nello sport, vivevano una condizione di serie B. Era all’ordine del giorno per loro sentirsi dire “cercate di essere ragionevoli! Gli uomini hanno delle famiglie da mantenere…”. Oppure “gli uomini sono più forti! È solo biologia!”. 

Tutto per giustificare una delle tante iniquità a danno del cosiddetto sesso debole: paghe più basse, compensi un terzo di quelli riservati ai colleghi dell’altra metà del cielo. Questo lo scenario del bel film, per appassionati di tennis ma non solo, che racconta un evento storico memorabile per quello sport ed una vera svolta per le donne. Una partita-esibizione di tennis, simbolica, dove gli sfidanti sono un uomo e una donna.

Lei è la campionessa Billie Jean King, lui l’ex campione ormai ultracinquantenne Bobby Riggs. Lei, interpretata da Emma Stones, incredibilmente molto somigliante (in bello!) alla vera tennista, è impegnata “contro” la federazione americana del gioco del tennis (tutta di maschi tradizionali) per dare al suo genere di appartenenza uguale dignità rispetto agli uomini. Tanto da arrivare ad uscire da quella federazione e crearne una, agguerritissima, di sole donne. Lui, perduto nel vizio delle scommesse (esilarante la scena all’”anonima scommettitori” che frequenta con il chiaro intento di continuare a farlo), con le spalle coperte grazie a un matrimonio rassicurante, si crogiola in un maschilismo quasi buffo: dice della sfida con Billie Jean che “sarà uno scontro tra un tennista e una femminista”, tanto per sminuire la sua avversaria ed il contenuto davvero sportivo della gara.

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