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Un giorno di pioggia a New York

Vi ho già detto che di Woody non ne salto uno: l’ultimo era La ruota delle meraviglie (da rileggere qui), ma questa full immersion nella grande mela, con gli occhi di chi la ama moltissimo, credo sia davvero da non perdere, salvo che non siate dei convinti scettici su temi come l’amore e la forza della casualità, soprattutto negli incontri ed in quelle che sembrano scelte razionali, invece sono portate dal fato.

copertinaIo sono stata per oltre un’ora e mezza con un sorriso un po’ ebete, di fronte alle immagini del film: mi direte, un po’ iconografiche, rileccate persino. I protagonisti della storia appartengono alla upper class a stelle e strisce, frequentano un college nei pressi di New York, studiano letteratura, filosofia, storia. Sono belli, colti, ironici e, nonostante la giovane età, sanno come godersi la vita. Insomma, ci sono tutti gli ingredienti di una classica commedia di Allen, da un po’ non ne faceva più: e stavolta, astutamente (in sala era pieno di teenager), ha scelto attori molto giovani, apprezzatissimi dagli under 18, star di Instagram, volti noti sia della musica che del cinema.

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Lady bird

Ce ne sono moltissimi di film sull’adolescenza, sugli amori giovanili, sui conflitti generazionali, ma pochi hanno l’originalità e la poesia di Lady bird. Ho letto molti commenti di spettatori italiani che hanno criticato la lontananza (rispetto al nostro mondo italico) delle vite ambientate a Sacramento di cui parla Greta Gerwig. E dunque l’impossibilità di riconoscersi in quei personaggi. Io non l’ho vista così, anzi ho pensato il contrario: ho pensato che Sacramento poteva essere qualunque provincia dello stivale, qualunque piccola città tradizionale e conformista e chiusa della vecchia Europa.

Infatti la giovanissima protagonista, al bivio tra l’adolescenza e quello che viene dopo, da quell’angolo di America vuole scappare via, sogna di andare a studiare in un college a est, immagina la sua esistenza da tutt’altra parte e forse anche per questo si è autorattribuita il soprannome di Lady bird. Non accetta di essere chiamata con il suo di nome (Christine, che pure non è male, ma forse troppo “tradizionale” per lei e per le sue aspirazioni di evasione), arriva addirittura a cancellarlo, insieme al suo cognome, sulle bacheche della scuola.

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Chiamami col tuo nome

Questo 2018 cari cinefili è cominciato davvero alla grande. E vedere l’ultimo film di Guadagnino è un’esperienza a cui non sottrarsi. Per una serie di ragioni estetiche e sostanziali, di pura bellezza filmica e di contenuti. Di immagini e di parole.

Non può esservi sfuggito che la sceneggiatura è di James Ivory: ed infatti, nonostante la storia sia ambientata “da qualche parte in Lombardia” nel 1983, ci sono diversi momenti in cui, non sapendolo, pensereste di “trovarvi” nella campagna inglese. O in una vecchia casa di signori britannici, tra libri, caminetti e oggetti antichi. Alla raffinatezza immediatamente percepibile agli occhi dell’autore d’oltre Manica si sposa alla perfezione la capacità introspettiva del regista che si focalizza sui personaggi con profondità, tanto da fare “sentire” in modo tattile allo spettatore ciò che provano i protagonisti del racconto.

Lo sconvolgimento dell’innamoramento e dell’irrefrenabile attrazione fisica, l’ansia nel contare le ore che separano il presente all’incontro della mezzanotte, il senso di vuoto del distacco, l’incertezza sull’essere se stessi. Insomma, forma e sostanza. La storia (tratta dal romanzo omonimo di Andrè Aciman) è quella dell’incontro tra Elio, un diciassettenne geniale, capace di suonare e comporre, colto ed appassionato, e Oliver, studente americano di ventiquattro anni, bello e disinvolto, ospite dei genitori del ragazzo nella villa di famiglia, vicino Crema.

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