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Poli opposti

Su Netflix c’è questo film, lo segnalo a chi ha voglia di una storia romantica e leggera, ben girata ed anche divertente, con lo sfondo di Roma (tutti, in questo periodo, ne parlano male ma è stra-bella, ed io non mi stanco mai di vederla, nei film e dal vivo).

Certo il titolo, secondo me, è sbagliato. O meglio: serve per attirare l’attenzione e giustificare la locandina, ma i due protagonisti non sono affatto agli antipodi, se non in apparenza. D’altronde, le storie d’amore migliori richiedono affinità elettive di sostanza (io per esempio non starei mai con una persona a cui non piace il cinema, tanto per dirne una).

Certo, Stefano e Claudia “remano”, nelle loro vite professionali,  in direzioni opposte: lui (un terapista) per risanare coppie in crisi, lei (un avvocato) per “armare” a dovere le sue clienti (tutte rigorosamente donne) nell’agone distruttivo dei giudizi di divorzio (ma non sarebbe meglio, quando l’amore finisce, lasciarsi senza guerre pubbliche e non uccidere anche i ricordi più sani del sentimento passato?).

E’ chiaro che lei ha il dente avvelenato con l’altra metà del cielo, tanto che il personaggio soffre di eccessi forse poco credibili (lui la registra sul cellulare come “la iena” che poi per un avvocato è un complimento). Ad ogni modo, gratta gratta, i due oltre a piacersi dal primo attimo, si scoprono compatibili ed innamorati.

Uno che mi è piaciuto moltissimo è il figlio adolescente di lei, goffo e vittima del bullismo dei compagni, fondamentale nel fare decollare la storia: alle volte succede, e sono casi fortunati, che i bambini siano, con il loro bisogno puro e senza sovrastrutture di più amore possibile, concausa di unioni un po’ eretiche. Pensiamo ancora che la famiglia sia fatta di persone legate da vicoli di sangue, piuttosto che da persone che trovano gioia a stare insieme?

Per me vale 3 ciak 🎬 🎬 🎬

Copperman

È un po’ difficile trovare al cinema questo film, nonostante sia uscito da pochi giorni: si tratta infatti di un prodotto di nicchia, che forse non attira il grande pubblico. Eppure, come spesso succede per ciò che non è considerato attrattivo “di massa”, siamo di fonte a un’opera originale, intensa, bella da vedersi, sotto il profilo etico ed estetico. Il regista 46enne è da anni lontano dal grande schermo, essendosi dedicato alla fiction, anche di successo (Il bello delle donne alcuni anni dopo, il suo ultimo lavoro). Sceglie di raccontare una favola moderna con al centro un supereroe un po’ fuori dagli schemi (per questo mi ha ricordato Lo chiamavano Jeeg Robot: qui la mia recensione).

Il protagonista è Anselmo (Luca Argentero) un ragazzo speciale per il suo autismo: sin da piccolo la madre (Galatea Renzi) si prende cura di lui riempiendolo di amore ed attenzione, nella consapevolezza di dovere colmare anche il gap dell’abbandono del padre. Lo fa raccontando una storia più sostenibile per un bambino: lui è andato via per compiere delle missioni importanti nel mondo, perché è un super eroe.

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Lazzaro felice

Vi consiglio questo film, anche se è difficile e ardito e continuerete a pensarci senza davvero trovare il bandolo definitivo. Senza capire chi fosse Lazzaro, se un santo, un Gesù del nostro tempo, il personaggio buono di una favola o di una parabola moderna, ambientata tra lo scorso e questo secolo.

Un indizio lo danno i titoli di coda, dove leggerete che la storia è ispirata al racconto di San Francesco e il lupo. C’è un lupo in effetti, che compare in due momenti importanti della narrazione, un animale selvatico e buono, solitario; che in entrambi i casi simboleggia il passaggio dalla vita alla morte, e viceversa. Come se non fossero stati definitivi, ci si potesse risvegliare e ricominciare una nuova esistenza, in un tempo diverso. A distanza di cinquant’anni. Tutti sono cresciuti, invecchiati; si sono allontanati e perduti. Lazzaro, miracoloso, è rimasto il ragazzino che era nel 900: la prima parte del film.

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Hotel Gagarin

L’opera prima di Simone Spada (regista torinese quarantacinquenne, con esperienza in film importanti, come Lo chiamavano Jeeg Robot e con attori popolari come Checco Zalone) è coraggiosa e originale,anche grazie alla scelta degli interpreti, bravi, bravissimi, a calarsi in un contesto quasi onirico, rasserenante e poetico.

Un contesto in cui, secondo me, è maestro Battiston, ma nel quale danno ottima prova di sé anche Amendola, Argentero e Bobulova. Tutti personaggi accomunati da esistenze un po’ sfortunate, mediocri, irrealizzate. Amendola è un elettricista, Argentero un fotografo di matrimoni, Battiston un (inascoltato) professore di storia, come ripiego alla sua vera passione: il cinema.

Scrive sceneggiature, immagina storie. Ma non trova chi lo apprezzi, le idee rimangono nei cassetti e con esse la convinzione che diventare un regista sia un sogno irrealizzabile. Bobulova è una elegante signora arrivata a Roma dalla Russia, che se la cava con affari vari, sempre in bilico con l’illegalità.

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La pazza gioia

Il tema della follia attrae gli artisti, la letteratura ed il cinema. La nostra mente è misteriosa, ancora più oscura quando (almeno agli occhi dei più) funziona ad intermittenza o smette di farlo. Vi ricordate Follia? Il bellissimo romanzo di Patrick McGrath? Ho pensato anche a questo vedendo il film di Virzí: dai titoli di coda vi rendete conto che nulla è improvvisato, il regista ha consultato psichiatri e psicologi, non ha descritto a caso.

Come in quel libro, dove la pazzia era dettagliata, scandagliata quasi da consentire di capirla. Poi ho pensato a Qualcuno volò sul nido del cuculo. Per le scene all’interno del manicomio. La coabitazione tra simili, ciascuno con la sua mente perduta, nel tentativo di ritrovarla. Oppure di nascondersi al mondo. Ma Villa Biondi non è un manicomio, non è un luogo di reclusione. Invece è un luogo di accoglienza, di cura. Non solo con le medicine, ma con la gentilezza (la stessa di cui vi ho parlato ieri, quella che salva Pericle il nero).

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