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Aspromonte

La terra degli ultimi, è il sottotitolo del film. Ed accende i riflettori su una realtà tutta italiana: poco meno di settant’anni fa, in un paese dimenticato (ed oggi abbandonato), Africo, Aspromonte, Calabria. L’idea è quella di raccontare oggi come eravamo nel 1951, cosa accadeva in un sud povero e trascurato, sopratutto dallo Stato. E dare uno spunto sulle ragioni della sostituzione della criminalità organizzata alle istituzioni, fare riflettere sul perché don Totò (il capetto locale, interpretato da Sergio Rubini) fosse più temuto e credibile del Prefetto calato dal nord.

2019_aspromonte-filmLa comunità poverissima di quel villaggio montano è rappresentata con un verismo magistrale, a tratti antropologico. L’occhio dello spettatore si immerge nel fango, nella terra dura, nella ruvidezza delle vesti. Tutto è uniformemente marrone, il regista si sofferma sui piedi sporchi e robusti degli africhesi, non abituati alle scarpe e privi delle minime risorse per acquistarle. In pochi tratteggi, sin dai primi minuti del racconto, si capisce che la assoluta miseria non impedisce ai protagonisti una vita dignitosa ed una umanità e un senso solidale forse perduti.

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Quasi amici

Oggi torniamo indietro di otto anni: credo che questo film lo meriti, me lo ero ingiustificatamente perso, quando è uscito al cinema. Sono riuscita in questi giorni a vederlo, certo senza la magia del grande schermo. Su Netflix; se anche voi ve lo eravate lasciati sfuggire, non esitate a seguire il mio esempio, saranno centododici minuti ben spesi. Che vi lasceranno addosso un senso affettuoso, di allegria e tenerezza, quello che sanno trasmetterti le persone semplici e di sostanza. Capaci di superare i limiti delle diversità e degli handicap che prima o poi nella vita di tutti ci annodano, rischiando di farci inciampare o, peggio, facendoci cadere rovinosamente.

La storia è ispirata ad una vicenda realmente accaduta, tanto che nei titoli di coda potrete vedere i veri protagonisti. Ciò rende il tutto ancora più apprezzabile: non so voi, ma l’idea che un racconto di umanità non sia frutto di fantasia ma abbia trovato riscontro reale nel rapporto tra due persone mi consola e mi rende ottimista bei confronti dei miei simili (ed anche di me stessa). In fondo non siamo (tutti) così cattivi…

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Dogman

Un film crudo e allucinato, ma insieme delicato e sentimentale, molto liberamente ispirato (solo come spunto) ad un fatto di cronaca e ad un personaggio di trent’anni fa, il “canaro” della Magliana: Pietro De Negri, titolare di un negozio di tolettatura per cani, responsabile di un omicidio crudele ai danni di un ex pugile.

Gli ingredienti di base ci sono, identici: Marcello (interpretato dall’incredibile Marcello Fonte, palma d’oro a Cannes 2018 come migliore attore) si dedica alla pulizia quotidiana dei migliori amici dell’uomo, in uno scalcinato negozio con l’insegna “Dogman”, nella periferia romana: un coacervo di case scrostate, di spazzatura, sale giochi, Compro oro, a pochi metri dalla spiaggia e da un Tirreno sempre grigio e per niente consolatorio.

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