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I villeggianti

Al contrario del solito, non ho le idee chiarissime dopo avere visto l’ultima creazione cinematografica di Valeria Bruni Tedeschi, dove c’è davvero molto di lei, come artista e come persona: ne è regista, cosceneggiatrice e attrice protagonista insieme ad un’altra brava Valeria, la Golino, che nel racconto interpreta sua sorella. Tanto che, uscita dalla sala, come sempre all’ultimo titolo di coda, ho “studiato” un po’, per capire la genesi del film, per scoprire se si trattasse di finzione o di realtà.

Ebbene, la risposta non è univoca: perché la storia è in gran parte ispirata a quella familiare della sua autrice, ma poi si libera in “aggiunte” fantasiose e divagazioni un po’ oniriche, che rendono il tutto non proprio semplice da codificare. Per questo credo sia utile leggere (prima o dopo, come ho fatto io) questa intervista alla regista, uscita sul Corriere, e particolarmente interessante per mettere insieme i pezzi di una narrazione a tratti non molto “comunicativa” con lo spettatore.

Il contesto è quello di una famiglia dell’alta borghesia francese, che si ritrova per le vacanze estive in una splendida villa in Costa Azzurra, a picco sul mare, con piscina e molo privato (alcuni commentatori hanno detto che è una situazione tale da ispirare la rabbia sociale dei gilet gialli!). Sono loro i villeggianti: e già l’uso di questa parola così desueta nel lessico di oggi fa capire che le persone descritte nel film appartengono ad un mondo che sta scomparendo; quello che trascorreva anche un mese intero, se non di più, lontano dal lavoro e dalle occupazioni di sempre, in “ferie”, sebbene il termine non si addica a un ambiente sociale poco avvezzo alla fatica, soprattutto fisica.

Ciascuno ha delle manie particolari ed appare chiuso nelle proprie passioni e nei suoi pensieri (facilitato in questo dall’assenza di reali problemi di sopravvivenza). Prendiamo la madre della protagonista: una bella signora anziana e svagata, sempre presa dal pianoforte (come nella realtà, la genitrice della Bruni Tedeschi). Annichilita da problemi che di concreto hanno pochissimo; incapace di occuparsi degli altri o di organizzare alcunché, o di ricordarsi dei diritti lavorativi della “servitù”. Anche la circostanza della morte del fratello è tratta dalla vita vera della regista; così come quella dell’esperienza dell’adozione di un figlio (nel suo caso sono state due, quando ha compiuto 50 anni).

La piccola protagonista senegalese, notatelo, è l’unica persona davvero saggia e con i piedi per terra e capace di vedere le cose come stanno, senza la lente distorta dell’essere cresciuti in una bolla di privilegi lontana dalla realtà (la scena in chiesa, in cui parla del big bang l’ho trovata memorabile). Il tema centrale però è quello delle parole iniziali della proiezione: il divorzio e l’abbandono. Vissuti come un lutto, il peggiore lutto; rifiutati fino all’ultimo, fino a quando, al di là di ogni ragionevole dubbio, non si può che prendere atto che quella persona, senza la quale pensiamo di morire, vuole allontanarsi da noi. Magari per stare con qualcun altro (aggravante del dolore).

Questa è la condizione di Anna, che arriva da Parigi, in villa, con il macigno della crisi matrimoniale già conclamata; lui è Scamarcio, e tenta in ogni modo, quanto inutilmente, di parlarle e di convincerla che è finita. Insomma, un argomento importante, comune, vissuto da molti se non da tutti, almeno una volta nella vita.

Tanto che ho pensato, alla fine, che è stata un’occasione sprecata per trattarlo meglio, in modo più empatico ed espressivo. Il difetto del film per me è che rimane “intestinale”, come se la sua ideatrice non fosse riuscita a far partecipare il pubblico dei ricordi personali che l’hanno ispirata nello scrivere la sceneggiatura.

Peccato, per questo stile un po’ involuto: perché gli attori, tutti, sono stati molto bravi. Scamarcio sempre impeccabile, come la Golino (loro due, una coppia cinematografica al di là dell’amore ormai finito). Bella la scena in cui le due Valerie cantano insieme Ma che freddo fa, di Nada, mostrando che sono due ottime attrici, tra loro affiatate. In ultimo: un plauso a Valeria Bruni Tedeschi per l’interpretazione di una donna resa fragilissima dalla consapevolezza di essere stata lasciata, dell’abbandono definitivo da parte del proprio uomo. Una prova d’attrice all’altezza del precedente La pazza gioia di Virzì (cui davvero aveva dato il massimo).

Non posso superare i due ciak 🎬 🎬 per I villeggianti, che diventano 4 per gli attori, ma non basta per fare un film veramente consigliabile.

L’amore secondo Isabelle

Di questo film ho letto che l’autrice della sceneggiatura è Christine Angot, nota in Francia come maestra del romanzo autobiografico, della descrizione dei sentimenti all’interno della famiglia. In realtà, proprio la sceneggiatura è ciò che mi è piaciuto di meno e mi ha stupito scoprire che fosse “di autore”: ho trovato i dialoghi davvero noiosi, privi di quella tipica brillantezza del cinema francese, involuti e anche un po’ vuoti, estremamente superficiali. Tanto che non mi è capitato di dovermi appuntare, come sempre succede, “la frase del film”.

Ho anche pensato che fosse voluto quel loop di conversazioni a due sempre sugli stessi temi, intorno all’amore, il sesso, il rapporto di coppia, i comportamenti, le ripicche, le vendette. Di questo infatti, e solo di questo, senza una reale trama, parla il film, che è tutto incentrato su una figura femminile: la bella cinquantenne Isabelle, divorziata, con una figlia di dieci anni, che però, in tutta la storia, si vede soltanto per qualche istante. Non a caso, credo: nella vita di Isabelle non c’è spazio nemmeno per la maternità, il suo unico pensiero, quasi ossessivo, è trovare un uomo che la ami stabilmente, trovare l’amore vero. Invece, si imbatte in una delusione dopo l’altra, in illusioni fatue capaci di portarle solo qualche notte di apparente felicità.

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La pazza gioia

Il tema della follia attrae gli artisti, la letteratura ed il cinema. La nostra mente è misteriosa, ancora più oscura quando (almeno agli occhi dei più) funziona ad intermittenza o smette di farlo. Vi ricordate Follia? Il bellissimo romanzo di Patrick McGrath? Ho pensato anche a questo vedendo il film di Virzí: dai titoli di coda vi rendete conto che nulla è improvvisato, il regista ha consultato psichiatri e psicologi, non ha descritto a caso.

Come in quel libro, dove la pazzia era dettagliata, scandagliata quasi da consentire di capirla. Poi ho pensato a Qualcuno volò sul nido del cuculo. Per le scene all’interno del manicomio. La coabitazione tra simili, ciascuno con la sua mente perduta, nel tentativo di ritrovarla. Oppure di nascondersi al mondo. Ma Villa Biondi non è un manicomio, non è un luogo di reclusione. Invece è un luogo di accoglienza, di cura. Non solo con le medicine, ma con la gentilezza (la stessa di cui vi ho parlato ieri, quella che salva Pericle il nero).

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