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I villeggianti

Al contrario del solito, non ho le idee chiarissime dopo avere visto l’ultima creazione cinematografica di Valeria Bruni Tedeschi, dove c’è davvero molto di lei, come artista e come persona: ne è regista, cosceneggiatrice e attrice protagonista insieme ad un’altra brava Valeria, la Golino, che nel racconto interpreta sua sorella. Tanto che, uscita dalla sala, come sempre all’ultimo titolo di coda, ho “studiato” un po’, per capire la genesi del film, per scoprire se si trattasse di finzione o di realtà.

Ebbene, la risposta non è univoca: perché la storia è in gran parte ispirata a quella familiare della sua autrice, ma poi si libera in “aggiunte” fantasiose e divagazioni un po’ oniriche, che rendono il tutto non proprio semplice da codificare. Per questo credo sia utile leggere (prima o dopo, come ho fatto io) questa intervista alla regista, uscita sul Corriere, e particolarmente interessante per mettere insieme i pezzi di una narrazione a tratti non molto “comunicativa” con lo spettatore.

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L’amore secondo Isabelle

Di questo film ho letto che l’autrice della sceneggiatura è Christine Angot, nota in Francia come maestra del romanzo autobiografico, della descrizione dei sentimenti all’interno della famiglia. In realtà, proprio la sceneggiatura è ciò che mi è piaciuto di meno e mi ha stupito scoprire che fosse “di autore”: ho trovato i dialoghi davvero noiosi, privi di quella tipica brillantezza del cinema francese, involuti e anche un po’ vuoti, estremamente superficiali. Tanto che non mi è capitato di dovermi appuntare, come sempre succede, “la frase del film”.

Ho anche pensato che fosse voluto quel loop di conversazioni a due sempre sugli stessi temi, intorno all’amore, il sesso, il rapporto di coppia, i comportamenti, le ripicche, le vendette. Di questo infatti, e solo di questo, senza una reale trama, parla il film, che è tutto incentrato su una figura femminile: la bella cinquantenne Isabelle, divorziata, con una figlia di dieci anni, che però, in tutta la storia, si vede soltanto per qualche istante. Non a caso, credo: nella vita di Isabelle non c’è spazio nemmeno per la maternità, il suo unico pensiero, quasi ossessivo, è trovare un uomo che la ami stabilmente, trovare l’amore vero. Invece, si imbatte in una delusione dopo l’altra, in illusioni fatue capaci di portarle solo qualche notte di apparente felicità.

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La pazza gioia

Il tema della follia attrae gli artisti, la letteratura ed il cinema. La nostra mente è misteriosa, ancora più oscura quando (almeno agli occhi dei più) funziona ad intermittenza o smette di farlo. Vi ricordate Follia? Il bellissimo romanzo di Patrick McGrath? Ho pensato anche a questo vedendo il film di Virzí: dai titoli di coda vi rendete conto che nulla è improvvisato, il regista ha consultato psichiatri e psicologi, non ha descritto a caso.

Come in quel libro, dove la pazzia era dettagliata, scandagliata quasi da consentire di capirla. Poi ho pensato a Qualcuno volò sul nido del cuculo. Per le scene all’interno del manicomio. La coabitazione tra simili, ciascuno con la sua mente perduta, nel tentativo di ritrovarla. Oppure di nascondersi al mondo. Ma Villa Biondi non è un manicomio, non è un luogo di reclusione. Invece è un luogo di accoglienza, di cura. Non solo con le medicine, ma con la gentilezza (la stessa di cui vi ho parlato ieri, quella che salva Pericle il nero).

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