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I villeggianti

Al contrario del solito, non ho le idee chiarissime dopo avere visto l’ultima creazione cinematografica di Valeria Bruni Tedeschi, dove c’è davvero molto di lei, come artista e come persona: ne è regista, cosceneggiatrice e attrice protagonista insieme ad un’altra brava Valeria, la Golino, che nel racconto interpreta sua sorella. Tanto che, uscita dalla sala, come sempre all’ultimo titolo di coda, ho “studiato” un po’, per capire la genesi del film, per scoprire se si trattasse di finzione o di realtà.

Ebbene, la risposta non è univoca: perché la storia è in gran parte ispirata a quella familiare della sua autrice, ma poi si libera in “aggiunte” fantasiose e divagazioni un po’ oniriche, che rendono il tutto non proprio semplice da codificare. Per questo credo sia utile leggere (prima o dopo, come ho fatto io) questa intervista alla regista, uscita sul Corriere, e particolarmente interessante per mettere insieme i pezzi di una narrazione a tratti non molto “comunicativa” con lo spettatore.

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Euforia

Nella sua seconda prova da regista la Golino dimostra un grande talento, oltre ogni più rosea aspettativa, secondo me. Ho trovato Euforia semplicemente perfetto, sotto ogni profilo. E sono contenta dell’evoluzione di questa attrice, che non si è fermata da una parte del ciak, dimostra di saper “utilizzare” al meglio gli attori, riesce a raccontare una storia di vita articolata e complessa, ma insieme fatta di eventi semplici, che avrebbe potuto essere banale e addirittura lamentosa.

Invece, anche grazie alla straordinaria coppia Mastandrea-Scamarcio, il racconto avvinghia gli spettatori, in un’altalena di riso e pianto, di disperazione e, appunto, euforia. In meno di due ore si entra a fondo nel rapporto dei due fratelli, nelle loro debolezze e nelle loro doti straordinarie.

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Il colore nascosto delle cose

La Golino è una donna non vedente, che sembra ormai avere fatto pace con questo senso in meno (anche se nel corso della storia si scopre con quanto dolore e fatica). Emma lavora come osteopata, sostituendo gli occhi con le mani, l’olfatto, una sensibilità estrema. Il titolo è motivato dal fatto che, attraverso questa grande capacità di vedere senza la vista, riesce a cogliere il colore delle cose, quello vero, pensato e voluto da chi le sta davanti. 

Si allena a giocare a baseball, uno sport che sembra impossibile per un cieco, partecipa a delle sessioni al buio totale che servono a fare capire ai vedenti come vivono e si muovono i non vedenti. Qui incontra Teo, un quarantenne bello e amato dalle donne (Adriano Giannini, attratto dalla sua voce roca e sensuale); un pubblicitario, un creativo: vive di immagini, di spot, messaggi veloci. Non si impegna in nessuna relazione, ne ha più d’una in piedi. Quella più “seria”, con Greta, che vorrebbe convincerlo alla convivenza, la puntella di bugie, anche a se stesso. Il suo vero compagno fedele è un robot domestico, di quelli che aspirano la polvere. Massima affettività: due pesci rossi, qualche anno prima.

Emma entra nella sua vita leggera con la lentezza che hanno i ciechi nel camminare, ponderando ogni angolo con il bastone bianco. Penserete che è banale e pietistico raccontare una cosa così: fatta apposta per essere politicamente corretta e dire che tra un vedente e un non vedente è possibile una storia d’amore.

Ma il film va al di là di questo, perché racconta la forza assoluta dell’amore e la sua capacità di piegare le situazioni e cambiare tutto, superare i limiti, fare crescere il desiderio di occuparsi di qualcuno. Anche se c’è sempre chi dice che l’amore non esiste, per fortuna il cinema continua a parlarne e a dirci quanto sia inutile cercare di arginarlo. Se vi capita non tiratevi indietro, perché è capace di superare ogni barriera, anche architettonica.