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Manchester by the sea

Se non siete riusciti a vederlo al cinema, potete recuperarlo su Netflix: l’uscita di Manchester by the sea è programmata per il 14 gennaio. L’Oscar 2017 a Casey Affleck (sapete che è il fratello di Ben?) come migliore attore non mi ha convinto molto, a dirvela tutta. La ragione è che ho trovato questo attore piuttosto statico ed inespressivo, a tratti noioso, nonostante i terribili tornanti della sua vita raccontati dal film. Che, invece, ve lo consiglio davvero: non sembra nemmeno americano, per quanto è approfondito il profilo psicologico dei personaggi, all’estremo.

 

Lo spettatore arriva a comprendere i comportamenti violenti e solitari di Lee (che nella prima parte appare quasi un disadattato: forse l’Oscar glielo hanno dato per la difficoltà di dare vita a questo personaggio) in modo graduale, grazie ai flashback che riportano al presente le tortuose, drammatiche vicende del passato suo e della sua famiglia.

Notate quanto sia raffinata l’introspezione del rapporto di Lee con il fratello e con il nipote, un ragazzo che costituirà per lui una vera ancora di salvezza. Dall’apparire come un problema insormontabile, all’essere l’unica ragione per ricominciare a vivere. Il tema quindi è quello dell’importanza, nella disperazione più nera, di un affetto salvifico, di una energia risalente al passato, alle gite in barca a pescare tutti insieme. Rari momenti, poi perduti, di serenità e risate.
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A beautiful day

Scrivere di questo film è difficilissimo, sebbene sia qualificato come thriller e di solito il genere si caratterizzi per la complessità della trama, la suspense ed il finale a sorpresa. Qui non c’è niente di tutto questo, si tratta di un lavoro davvero particolare e sconsigliato a chi ama formulare giudizi netti prima ancora che siano finiti i titoli di coda.

Il racconto è tratto da un romanzo breve di Jonathan Ames, edito in Italia da Baldini & Castoldi (“Non sei mai stato qui”) ed è incentrato sul personaggio principale, interpretato da Joaquin Phoenix in modo intenso e con toni espressionistici, quasi senza parole. Lo scorso festival di Cannes è stato premiato con la palma d’oro come migliore attore (insignita anche la sceneggiatura, a dimostrazione del valore di questa pellicola, pur apparentemente scarna e povera di dialoghi).

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Tonya

La storia della famosa pattinatrice Tonya Harding va oltre il racconto fedele di una vicenda umana straordinaria quanto drammatica e per vari aspetti squallida; Craig Gillespie dirige un biopic ad alta tensione e vivace anche negli espedienti registici che fanno passare gli attori da personaggi del film a veri protagonisti della storia, intervistati da un invisibile cronista fuori campo.

Guardando i titoli di coda (dove i volti vengono confrontati) vi renderete conto di quanto siano stati bravi i truccatori a rendere una somiglianza quasi perfetta in particolare di Tonya e sua madre. Una menzione speciale merita Allison Hanney che ha vinto l’Oscar come migliore attrice non protagonista per essersi trasformata (diventando irriconoscibile) nella durissima e crudele genitrice.

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